Un ospedale, il Dr. Ambrosoli Memorial Hospital punto di riferimento sanitario per circa 500.000 persone, e una scuola di ostetricia, la St. Mary’s Midwifery Training School, nata nel 1959 su una convinzione:“Se istruiamo un giovane, istruiamo una persona. Se istruiamo una donna, istruiamo una famiglia, una nazione”. Le parole sono quelle di padre Giuseppe Ambrosoli, fondatore di tutto questo poi dichiarato Beato, il luogo è Kalongo, in nord Uganda, l’impegno è quello della Fondazione Dr. Ambrosoli. La sua presidente, Giovanna Ambrosoli, ce ne racconta il presente, lo sguardo sul futuro e il messaggio che porta con sé.
Chi era Giuseppe Ambrosoli?
Di lui ho tre esperienze. La prima è quella dell’uomo, conosciuto anche attraverso i racconti di famiglia come quelli di mio papà, l’ottavo di otto fratelli e di cui Padre Giuseppe, il settimo, si è preso cura perché i genitori erano molto anziani. Quel Giuseppe era un ragazzo normalissimo, molto buono, capace di stare in ogni occasione di mondo e che molti, già in quei tempi, pensavano sarebbe diventato santo: alcuni tratti erano evidenti, a 25 anni faceva scappare gli ebrei dal confine e per questo è stato arrestato.
Del secondo Giuseppe Ambrosoli, lo zio, ho ricordi vivi: una persona allegra, con molto senso dell’umorismo, mite, di raccordo tra tutta la famiglia. Infine, il ‘terzo’, Padre Giuseppe Ambrosoli, è quello che ho iniziato a conoscere quando mi sono occupata della fondazione. Andando a Kalongo, rileggendo lettere e testimonianze, ho scoperto una persona umile, silenziosa, che poteva apparire ordinaria ma con una grande resilienza e, oltre alla fede religiosa, un grande spirito di carità e amore verso il prossimo. Nello stesso tempo, una persona ‘imprenditiva’ e coraggiosa; quando vai a Kalongo ti rendi conto di essere nel nulla e che questo uomo, nonostante gli aiuti, si trovava in situazioni di grande isolamento e solitudine. Una figura carismatica e di ispirazione.

‘Costruire’ solidarietà
Mi ha sempre appassionato la duplicità tra la professionalità e la vocazione. Pensare di formare delle giovani donne, costruendo una scuola di ostetricia alla fine degli anni ’50 per dare una soluzione di lungo corso, tra le problematiche di un ospedale agli inizi e la forte mortalità materna, è stato visionario. Voleva costruire qualcosa che durasse nel tempo.
Trovare la forza è un messaggio per tutti, da dove arrivava la sua?
Sicuramente da qualità innate e poi da una fede enorme, nel senso francescano. Ho parlato di solitudine, l’ho percepita anche leggendo le lettere indirizzate a sua mamma. Ricordo quella dei suoi 40anni, in sala operatoria con un paziente morto, per la prima volta, tra le mani; scriveva ‘questa mia povera vita’.
Qual è la sua eredità?
Potrei parlare del patrimonio di valori e di questa figura che ispira tutto e deve rimanere il nostro focus centrale, ma ci sono anche le difficoltà, con la consapevolezza che si deve guardare molto avanti e sapere che ci sarà qualcuno a continuare quello che stai facendo.
E poi c’è l’eredità concreta: un ospedale grande, 300 posti letto nel nulla, una scuola di ostetriche che è la migliore dell’Uganda e deve rispondere a determinati requisiti per restare a questo livello, fondamentale per l’ospedale, per tutta la zona e per le donne: la responsabilità è far sì che si mantengano, obiettivo già difficile, e che possano evolversi.

È cambiato il vostro impegno negli anni?
Fino a quando la fondazione non aveva una struttura operativa, con Padre Egidio Tocalli successore di Padre Giuseppe, è stato economico. C’è stata una lunga guerra civile, fino agli anni 2000, e in quel periodo la famiglia ha deciso insieme ai comboniani di creare la Fondazione per garantire all’ospedale continuità, con un reddito a quel tempo sostenibile. All’epoca c’erano tante organizzazioni internazionali che lavoravano sull’emergenza e paradossalmente moltissime risorse.
Poi la guerra è finita, le organizzazioni internazionali pian piano hanno lasciato l’area e le risorse hanno continuato a diminuire fino ad azzerarsi.
Padre Tocalli è tornato definitivamente in Italia e si è dovuta affrontare una successione locale, non facile. Il personale dell’ospedale era tutto ugandese e il ruolo della famiglia, preponderante all’inizio, con il cambio generazionale aveva perso il collante iniziale stretto tra fratelli.
Da qui è nata l’intenzione di dare vita a una struttura che potesse stabilmente garantire all’ospedale ciò di cui aveva bisogno.

È qui che si è avvicinata alla Fondazione?
Ho iniziato a volerla conoscere con un obiettivo un po’ più mirato intorno al 2010, Padre Egidio era tornato e mi facevo raccontare da lui tutto di Kalongo. Poi per il Golden Jubilee dell’ospedale sono stata sul posto con altri cugini ed è stata l’occasione per intravedere qualche dinamica.
Il desiderio di conoscere meglio è stato un percorso: ero uscita dall’azienda, avevo avuto uno stop alla mia vita dovuto a un problema di salute protratto due o tre anni e per varie ragioni, anche i bambini piccoli, ho deciso di non ritornarci. Interessandomi e interrogandomi su quello che volevo fare nella vita, ho capito che potevo formarmi in un ambito, quello del terzo settore, che mi ha sempre interessato.
Il cuore oltre l’ostacolo
Poi ho iniziato a lavorare in un fondo di venture capital sociale e proprio lì c’è stata un’occasione di finanziamento delle fondazioni bancarie che toccava tutto il nord Uganda, di cui Kalongo avrebbe potuto essere beneficiario, ma non era stato possibile accedervi perché all’epoca non esisteva una struttura che potesse seguire il progetto. Ci ho pensato a lungo, il cuore mi portava là, la ragione mi teneva qua, ma di indole mi piacciono le sfide e butto il cuore anche troppo oltre l’ostacolo, così ho fatto: all’inizio senza avere piena consapevolezza di quello che sarebbe stato, ma sapendo che c’era qualcosa di grande e che serviva una realtà capace di accompagnarlo in un percorso di continuità.
Come è stato il primo impatto?
Mi sono resa conto che le risorse sono importanti, ma l’universo che ci sta intorno lo è ancora di più. A partire dalla conoscenza di una cultura diversa, le persone poi uscivano da una guerra impoverite intellettualmente, in un territorio marginalizzato in tutti sensi, si trattava di imparare a lavorare insieme. È iniziato un percorso di condivisione, sono entrata nel consiglio di amministrazione, le missioni si sono intensificate, abbiamo iniziato a capire quali erano i bisogni, sono stati avviati progetti più strutturati e anche la fondazione ha dovuto seguire questa evoluzione, pensare oltre l’erogazione annuale. Oggi il coinvolgimento è fortissimo in termini di collaborazione gestionale, manageriale, tecnica e di raccolta fondi per garantire il supporto a un impegno che invece di diminuire aumenta, perché il contesto drammatico che viviamo noi, lì si manifesta in misura ancora più importante.
Le viene mai chiesto perché andare così lontano?
Per quello che riguarda la mia esperienza personale e della mia famiglia, innanzitutto, questo avevamo e io penso che ognuno debba esercitare le responsabilità dove viene posto nella vita: porti avanti quello che qualcuno ha costruito e ti ha lasciato.
Purtroppo, mi è capitato spesso che molti mi facessero questa domanda… mai come in questi tempi il lontano non è più lontano e viviamo anche qui le conseguenze di un approccio generale all’Africa. Il nostro è un investimento, prima di tutto per i più fragili, qui ci sono situazioni terribili, nello stesso tempo, se devo paragonare la povertà che c’è in Italia e quella che troviamo a Kalongo, il divario è immenso. E poi perché la salute là ha un impatto anche qua se vogliamo vederla in termini più asettici.

In realtà, non ci sono una causa giusta e una non giusta, questo è individualismo. Chi pone una domanda del genere dovrebbe chiedersi ‘cosa posso fare io?’. Qua o là non importa, non c’è un confine. E comunque, è mia grande convinzione che qualsiasi responsabilità tu abbia nella vita devi cercare di esercitarla al meglio e valorizzare quello che hai ricevuto. Come nella parabola dei talenti.
A proposito di valorizzare, Padre Ambrosoli si è dedicato a fare crescere le donne.
La Scuola è un meraviglioso esempio di come con l’istruzione puoi cambiare il futuro di una donna. Queste ragazze attraverso la formazione, sia con borsa di studio sia che riescano a finanziarsela, hanno davanti la possibilità di un reddito, una famiglia, autonomia da mariti spesso violenti.
Dietro il futuro di ogni donna c’è il futuro di molti
E poi è un modello di scuola imprenditoriale grazie anche alla visione di Suor Carmel, direttrice da quasi 25 anni, che ha un concetto olistico della formazione: c’è quella ostetrica e quella sulle attività micro-imprenditoriali commerciali, come il business delle torte, o la manifattura tessile. Poi progetto dell’orto, con il quale la scuola si sostiene, diventato allevamento di mucche e pecore e abbiamo iniziato un progetto di apicultura, mentre si sperimentano le coltivazioni.
La Scuola sta seguendo un percorso lungo e difficoltoso di accreditamento per diventare Faculty internazionale. Suor Carmel ne sta costruendo il cv insieme a dei consulenti e lo fa guardando a quello che non c’è nelle offerte parallele per coprire vuoti di offerta.
Quali sono le difficoltà più grandi e quanto conta la rete con pubblico e privato?
In generale come Fondazione, la raccolta fondi è critica: ci sono tanti progetti, quelli vicini sul territorio sono diventati molto più importanti e le disponibilità diminuiscono. Noi siamo una piccola organizzazione, è un lavoro enorme.
Dare corpo a una rete era fondamentale per dare vita a una struttura, noi siamo inseriti in una rete locale, internazionale e italiana di partner. Poi l’esperienza ti porta a vedere che tante volte il fare rete è più teorico, mentre l’obiettivo è comune, le risorse sono scarse e c’è molta competizione.
Per lei cos’è Kalongo?
È il posto del mio cuore, la mia seconda vita. Vivo immersa in Kalongo, quando sono qui mi manca essere là. Quando sono là desidero, nello stesso tempo, è faticoso vedere alcune realtà e c’è il desiderio di tornare a casa, anche se ho solo gratitudine per una esperienza meravigliosa dal punto di vista umano e professionale. La relazione con le persone ti cambia completamente il paradigma valoriale. E poi è un posto bellissimo, con una grande spiritualità.

Oggi sembra più difficile per le persone sostenere il dolore altrui.
Purtroppo, e dico purtroppo perché è una nota fisiologica, quando lo vedi tante volte e il tuo obiettivo è risolvere qualcosa, non dico che ci fai l’abitudine, ma sei focalizzato sul fare. Certo non posso dimenticare i volti di pazienti che sapevo non ci sarebbero stati più dopo due giorni. Anche in termini di rete di supporto psicologico, sono molto più da soli anche come rete di supporto psicologico, sebbene abbiano un altro concetto del dolore, della vita e della morte. Per noi è forse più difficile. Io non amo tantissimo andare in reparto, perché ti senti un po’ fuori luogo, soprattutto in mezzo ai bambini.
Dove arrivano oggi il suo sguardo e quello della Fondazione?
Su interrogativi e prospettive future, perché il contesto mondiale rende sempre più difficile il percorso. Torno a dire che un tema è la sostenibilità economica per una realtà oggi fondamentale, con un ruolo pubblico: è l’unico presidio sanitario in un’area molto vasta.
Ci interroghiamo su come potrebbe essere il futuro, sapendo che serve comunque una pianificazione e si deve gestire il futuro prima che arrivi per garantire solidità, sicurezza e continuità in un contesto in continuo cambiamento. Nello stesso tempo, devo dire che, in dieci anni, l’ospedale ha fatto grandi passi avanti nella qualità delle cure e nell’erogazione di servizi che prima non c’erano, come la terapia intensiva neonatale o i servizi per la disabilità. Mi aspetto per questo che anche localmente ci sia sempre più luce su questa realtà che fa tanto da sola. Noi cerchiamo di fare questo tenere l’attenzione alta qua, ma anche là.
Ci sono scambi con l’Italia?
Il personale strutturato è ugandese, abbiamo di reti collaborazione con università e ospedali. Oggi abbiamo 50 medici specializzandi volontari all’anno che per tre mesi restano a Kalongo e si integrano con la comunità locale. Una occasione di ‘apertura’ per l’ospedale e una esperienza incredibile per i giovani medici, anche clinica perché possono affrontare situazioni che qui non toccherebbero.
Poi ci sono degli ingegneri che da anni tornano per lavorare con noi con continuità e in passato chi si diplomava all’MBA in SDA Bocconi poteva venire a Kalongo per il suo internship.
Da dove arriva la maggior parte dei vostri fondi?
Il peso delle fonti di entrata si è evoluto a favore delle parti istituzionali, nell’ultimo anno circa il 65% parte istituzionale che non è solo pubblica, questo grazie a progetti strutturati di una certa rilevanza.
Le aziende sono un tasto dolente: budget sempre più risicati, richieste di sostegno da ogni parte e noi scontiamo il fatto di non avere il progetto vicino per tutta la parte del volontariato aziendale o di visita alla missione, costituisce per noi circa un 7/8 per cento.
L’azienda e la Fondazione l’hanno portata a Kalongo, lei cosa riporta in azienda?
Mentre prima il supporto da parte dell’azienda familiare è sempre stato informale e c’era la volontà dei vertici di tenerlo tale, pian piano siamo riusciti a cambiare l’approccio perché è giusto che si possa esplicitare, anche a vantaggio di stimoli nel mondo, quello che l’azienda nel suo piccolo fa.
Abbiamo iniziato un percorso di sostenibilità e di comunicazione delle azioni di sostenibilità di cui la Fondazione farà parte. Si è presa consapevolezza del fatto che tante cose già venivano fatte, il paradosso – opposto rispetto al fenomeno del ‘wash’ – era che non lo comunicavamo, mentre oggi vogliamo rafforzare questo aspetto.
Lo vedo come un modo di fare impresa che debba e possa coniugare tante dimensioni per poter essere anche di esempio.
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Oltre 30 anni di esperienza nel mondo del giornalismo e della comunicazione aziendale; da 10 anni è consulente alla comunicazione positiva. Si occupa dello sviluppo della persona attraverso strumenti a mediazione artistica espressiva, come professional counselor a mediazione corporea e teatrale



