Gabriele Lanza

La gioia di essere chi si è. Anche grazie alle cicatrici

A 11 anni un incidente sugli sci ha gli ha cambiato la vita. Da allora sul suo cammino Gabriele Lanza ha incontrato altri ostacoli ed altre volte è caduto, ma ogni volta si è rialzato con coraggio, determinazione e un sorriso che lo ha portato a vedere in ogni situazione il ‘bicchiere mezzo pieno’. Impegnato nell’organizzazione delle Olimpiadi Milano Cortina 2026, ha partecipato alla Paralimpiadi di Pechino 2022 come atleta di Para Ice Hockey. 

“Tutto quello che è successo – racconta – è quello che mi ha reso questa persona. E io sono felice di quello che sono”. E sullo sport paralimpico dice: “Bisogna tanto mettere in mostra la disabilità, le cicatrici”.

La storia di Gabriele è quella di un ragazzo che ha scelto, nella vita e nel campo da gioco, di continuare, nonostante le difficoltà che ha incontrato, il suo percorso nella gioia. Per questo Quoziente Humano ha raccolto la sua testimonianza, come invito a non mollare e vivere il positivo di ciò che accade e, utilizzando le parole di questo atleta, “a chiedere, prendere e a essere protagonista”. 

A 11 anni l’infortunio sulla neve, poi la scelta vivere con gioia e pienezza. Da dove si trova la forza di ripartire quando si è bambini?

All’inizio non mi ero reso ben conto di quello che era successo. Ho iniziato a capirlo uno o due mesi dopo l’infortunio, ho avuto la fortuna di poter usare sin da subito un tutore e di stare sulla carrozzina per meno di sei mesi. 

Quanto ti ha aiutato in questo tuo percorso la rete di familiari e amici? 

La famiglia mi è stata accanto, i miei genitori e mio fratello hanno cercato di continuare a farmi coltivare le passioni che avevo e di farmi sentire il meno possibile il cambiamento che era avvenuto. Il momento più difficile è arrivato verso i 13 anni, quando andavo alla scuola media, le attività serali con gli amici consistevano in camminate in giro per Ovada e per me diventava complicato. Ho vissuto un passaggio di chiusura, in cui avevo paura a farmi vedere in giro. A 14 anni ho preso la patente del motorino e guidavo il quad, questo mi ha dato libertà e autonomia, iniziavo a muovermi da solo e a non essere più dipendente.

Il quad ha fatto sì che io venissi guardato non solo più per il tutore ma per il mezzo di trasporto, e quindi per qualcosa che anche a me piaceva. Avevo il parcheggio davanti alla scuola, avevo un upgrade!

Alle superiori i miei compagni di classe hanno capito la situazione ed erano pronti a sostenermi. Questo è stato uno dei fattori che mi ha permesso di non vergognarmi del tutore che avevo. Ma forse a quella età qualsiasi adolescente mette in discussione le proprie caratteristiche… anche il colore dei capelli. 

L’importanza della relazione.

Quando si è così giovani la performance fisica conta tantissimo, penso al poter giocare a calcio, passeggiare o andare in bicicletta, sono tutte cose che aiutano nella creazione di rapporti. Non potendo fare determinate attività, fuori da scuola il mio pomeriggio era stare a casa a fare i compiti, avevo un amico con cui giocare ai videogiochi. Mi dava quasi fastidio uscire. Poi è cambiato tutto. 

Una sera sono andato in discoteca e ho capito che potevo farlo. Ho incominciato a uscire, andare alle feste, alle sagre… mi è piaciuto coltivare un carattere estroverso e conoscere gli altri. A 19 anni ho comprato la mia prima consolle da deejay e in modo amatoriale mi sono divertito a suonare in qualche discoteca della zona. E poi, sono andato a Pavia all’Università.

Una società come quella attuale è pronta a raccogliere le sfide della disabilità? 

Negli anni in cui l’ho vissuta io non era così banale avere una persona con disabilità in classe. Ho conosciuto tardissimo lo sporto paralimpico. Anzi, in terza superiore andavo in piscina con i miei genitori e avevo chiesto all’allenatore se potessi iniziare ad allenarmi con loro, invece di fare nuoto libero. La risposta è stata che non esisteva una categoria per me. Avevo 16 anni, lo sport paralimpico c’era già, ma la cultura intorno a questo scarseggiava. 

Ambasciatore dello sport paralimpico

Oggi mi piace tanto andare nelle scuole a raccontare che cosa rappresenti lo sport paralimpico. 

Una volta un ragazzo mi ha domandato perché andassi da loro, non essendoci nessuno con disabilità, e io gli ho risposto: “Lo dico a voi perché nel vostro percorso di vita potreste incontrare persone con disabilità e potreste, e dovreste, dirgli che c’è una possibilità. Potete diventare ambasciatori dello sport paralimpico”. 

Viviamo in una società che tende a coprire le vulnerabilità.

Se ci fosse più informazione, si potrebbe aiutare qualcuno con disabilità che è titubante a fare uno sport perché non sente un’accettazione sociale. Nel momento in cui c’è un plus a livello sociale di diventare atleta paralimpico, allora l’individuo si lancia in questa avventura. 

Nelle Paralimpiadi bisogna mettere in mostra la disabilità, le cicatrici. Pensa chi è amputato. Immagina coloro che fanno nuoto. Può non essere facile per un atleta paralimpico, oltre allo stress delle gare e della performance, esporre il proprio corpo al pubblico. 

Celebrare per ricordare.

Dopo tempo ho capito che esiste una fragilità che diventa unicità

L’Università è stato il periodo in cui ho scoperto un’altra parte di me. Con altri amici ho creato un gruppo per organizzare eventi e la mia si chiamava ‘lista Zoppo.’ Avevo fatto delle magliette con la scritta Zorro dove le R erano cancellate e diventavano P e c’era il disegno della stampella. Mi ero reso conto che i ragazzi non ricordavano il nome di chi li invitava, per cui era più memorabile lo Zoppo, piuttosto che Gabriele. Ha funzionato. Da là è nata la celebrazione del mio ‘para-compleanno’, il 13 marzo, giorno in cui ho avuto l’incidente. Nel 2013 ho festeggiato i miei 10 anni da zoppo, un evento in discoteca con tanti amici. Qualcuno mi ha detto: “tu lucri sulla tua disabilità?”. La mia risposta è stata: “Io ci ho costruito una carriera”. 

Celebrare significa dire ‘è successo’

Come si festeggia il compleanno, anche il giorno dell’incidente è una data importante della mia vita.
Se non fosse accaduto, chi sarebbe Gabriele oggi? A oggi mi sto divertendo, mi piace quello che faccio e sono orgoglioso di chi sono. Le date si celebrano perché si vuole ricordare e non dimenticare. 

 Dal tuo punto di vista si ha paura nel parlare di disabilità? 

Quando vado nelle scuole parlo di sport e di disabilità in riferimento alle Paralimpiadi, che sono un’oasi felice in mezzo al deserto. La disabilità non è facile, rappresenta problemi, fatica, eccesso di burocrazia. Posso parlare della mia disabilità e di come la vivo io, ma non posso dire come la debbano vivere gli altri. Parlo dello sport paralimpico nel modo in cui piace a me. C’è un pensiero che accomuna me e tanti altri atleti paralimpici ed è quello di non volere essere visti come supereroi, ma come ragazzi e ragazze, uomini e donne, che fanno quello che piace loro fare.

Si tende a trasformare le persone con disabilità in supereroi, perché c’è una paura di scontrarsi con quel mondo

Allora si parla bene, li si mette in una dimensione altra e ci si ‘autotutela’, non si può cadere in fallo. Invece, bisogna essere onesti. 

A 25 anni sei arrivato sui campi da gioco ghiacciati con il Para Ice Hockey. Come è nata questa avventura? 

Seguivo mio fratello che giocava a calcio e il suo gruppo mi aveva incluso. Ho capito che volevo una squadra mia. Inizialmente vedevo lo sport paralimpico lontano da me, perché non mi sentivo così tanto disabile. Anche perché a 19 anni ho fatto un’operazione che mi ha consentito di togliere il tutore e di sentirmi libero. Poi ho conosciuto il Para Ice Hockey e sono arrivato a Pechino 2022. 

Sei ritornato all’elemento acqua. 

Sono ritornato anche a sciare. Il Para Ice Hockey l’ho scelto perché era uno sport che si faceva senza carrozzina. 

Il Para Ice Hockey è uno sport difficile per l’approccio, ci si ritrova a stare su una slitta che nessuna persona con disabilità usa. La slitta è scomoda, da là si cade e si batte sul ghiaccio, bisogna rialzarsi… ed è molto faticoso. Oggi in Italia siamo 30 atleti e sin da subito ci si ritrova a giocare con i ragazzi che sono in nazionale. Per tre anni non si vede e tocca disco, non si riesce a fare nulla di quello che si vorrebbe fare. Le persone che abbandonano sono parecchie. 

Che cosa ti ha insegnato il Para Ice Hockey e più in generale lo sport? 

Nelle prima fasi il Para Ice Hockey ti insegna a non mollare. È uno sport che non ha categorie. Il Para Ice Hockey mi ha insegnato nella vita a prendere e a essere un po’ più ‘cattivo’, nel senso di non stare solo a guardare e a osservare, ma a voler arrivare a quel disco e tirare per fare gol. A essere protagonista. 

La competizione che fa vincere.

È un insegnamento anche nella vita, perché ho capito che se avessi voluto qualcosa avrei dovuto iniziare a chiedere e a dire “lo voglio”, sempre con gentilezza ed educazione ma senza vergogna e paura. 

A giugno 2020 una nuova sfida da affrontare: una diagnosi di un tumore.  

Era un momento già abbastanza complicato perché stavo giocando per la qualificazione per le Paralimpiadi di Pechino, che sarebbero state a marzo 2022. Fortunatamente c’era il mio migliore amico Massimiliano, medico oncologo, che ha consentito che l’operazione fosse il 4 agosto. Dopo 4 giorni, siamo partiti per il suo addio al celibato, il 22 agosto c’è stato il suo matrimonio: pensa a quante emozioni completamente diverse. Per non farci mancare nulla poco dopo sono arrivati i risultati dell’esame istologico: il tumore era un carcinoma, e quindi avrei dovuto fare la chemioterapia. La fortuna è stata poterla fare vicino casa a Ovada, dove c’è un ospedale che ha un bellissimo centro di oncologia, ed è stato proprio utile potersi curare in un luogo dove erano interessati a curare la persona e non solo la malattia. Ha fatto tanto anche poter tornare a casa dai miei genitori, da mio fratello.

Mi hai raccontato di un periodo complicato, e nel farlo hai ripetuto in più occasioni ‘per fortuna’… Quanto conta nella tua esperienza avere un approccio positivo alla vita? 

Baso la mia vita su questo, vedo sempre la parte positiva. Tutte le parti negative ci sono, bisogna valutarle, però…bisogna andare avanti. 

Hai tante passioni: se dovessi dare un consiglio perché serve coltivarle? 

Per potersi identificare in qualcosa. Io sono l’atleta, quello che organizza feste, ma al contempo non mi piace rimanere in un solo ruolo. 

Che cosa rappresentano le Paralimpiadi? 

Le Olimpiadi e le Paralimpiadi sono due eventi ben distinti e tali devono rimanere. Hanno entrambi la loro dignità. In primis gli atleti dovrebbero dare la stessa importanza e raccontare le due occasioni in modo diverso. Ci sono ancora troppi atleti paralimpici che dicono di essere stati alle Olimpiadi, è giusto differenziare i due Giochi. Andare nelle scuole e avere un contatto diretto con i ragazzi è uno dei modi migliori per raccontare le Olimpiadi e le Paralimpiadi. È molto importante che siano fatte nello stesso luogo e in tempi vicini, sebbene non sia facile organizzare le Olimpiadi e dover riassettare tutto per ospitare atleti con disabilità. Olimpiadi e Paralimpiadi devono essere quel motore per raccontare una giusta inclusione. 

Che cosa significa inclusione? 

A oggi l’inclusione è raccontata come tale, ma a volte è solo segregazione

Viene fatto l’accesso per le persone con disabilità, il bagno, lo spogliatoio, ma quella non è inclusione. Quando posso accedere dal tuo stesso ingresso, cambiarmi nel tuo spogliatoio e praticare sport nella tua palestra è la vera inclusione. A oggi sempre più anziani vogliono essere autonomi e il mondo della disabilità si sta allargando. Se prima un deambulatore o una carrozzina o un mezzo di supporto era visto come mezzo di assistenza, oggi è riconosciuto come mezzo di autonomia. E questo cambia tutto. Quando riusciremo a vedere la disabilità non più come sotto la lente dell’assistenzialismo, ma come potenzialità, ci si avvantaggerà di un altro punto di vista. 

Pochi giorni fa hai saputo di non dover gareggiare alle prossime Paralimpiadi. Come hai affrontato la notizia dopo esserti preparato per molto tempo?

Si sta male, è brutto. C’è una delusione. C’è stata tristezza, che ha lasciato spazio velocemente all’essere preso dal lavoro perché sono qui al Villaggio Olimpico e conosco tanti atleti. Ci sono tanti fattori felici che stanno entrando, non mi farò abbattere, devo affrontare questa delusione. Alla fine, fa parte dello sport anche questo: ci riproveremo tra 4 anni. Credo di aver fatto la mia parte, avrei potuto fare di più, ma ho fatto il massimo che potevo aspettarmi da me stesso. 

In queste Olimpiadi sei stato anche tedoforo. Nella tua vita come coltivi la fiamma della speranza per farla diventare una vera e propria torcia olimpica? 

Ho fatto il tedoforo al Gaslini, dove sono stato tante volte dopo l’infortunio. È stato davvero un bel momento. Anche qui ho chiesto e ho ottenuto. Le prime Olimpiadi le ho viste subito dopo l’incidente, essere protagonista con questa torcia mi ha fatto tornare quel bambino. E poi questa esperienza mi ha consentito di entrare un pezzettino nella storia di queste Olimpiadi e Paralimpiadi. 

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Giornalista, counselor a mediazione espressivo artistica e corporeo teatrale, consulente alla comunicazione positiva e allo sviluppo individuale e dei gruppi. 20 anni di esperienza in comunicazione aziendale.

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