Una immagine del dottor Nicola Frisia, oncologo, omeopata, omotossicologo, studioso di medicina antroposofica
Nicola Frisia

Musica: cura per il corpo e per lo spirito

È medico oncologo, chemioterapista, omotossicologo, pratica la medicina antroposofica di Rudolf Steiner ed è un grande appassionato di musica. Un approccio integrato quello di Nicola Frisia, che ha dato vita di recente a un percorso di conoscenza e sperimentazione della musica – due lezioni di due ore – che unisce corpo e spirito in un’ottica di prevenzione e cura. Con lui, nel percorso, Elena Canavese, counselor specializzata nel metodo psiconcologico Simonton e assistente spirituale in cure palliative.

Con loro abbiamo vissuto l’intensità del percorso proposto, e questa intervista segue quello che è stato, per chi scrive, un incontro con la musica come riconnessione con se stessi e, proprio per questo, capace di restituire un’armonia che possiamo chiamare ‘salute’. Come ci spiega Nicola Frisia in questa chiacchierata e come ci fa sperimentare alla fine della lettura, proponendo una playlist realizzata per Quoziente Humano.

Cos’è la musica?

Domanda difficilissima: la risposta cambia in base a chi si ha davanti. Per una persona che non è formata in senso musicale, se la si “ascolta”, potrebbe essere un mezzo per entrare in contatto con le proprie “sensibilità”. Qui però bisogna fare una differenza tra ascoltare e sentire: uso sempre l’esempio della musica da discoteca perché è primitiva; ne “senti” il ritmo, un battito che è impossibile non “riconoscere” e che ti sposta, ti travolge involontariamente. Ascoltare, invece, vuol dire attivare una serie di elaborazioni mentali che richiedono un’attenzione diversa: percepire il ritmo, senza dubbio, ma anche quello che la musica ti vuole esprimere, seguire una melodia e via dicendo.

Per una persona più formata all’ascolto, invece, la musica è qualcosa con cui entrare in risonanza. Anche se controintuitivo, non è scontato: chi ha un orecchio allenato, infatti, ha parametri molto più rigidi. Per me, ad esempio, Bach interpretato da Glenn Gould è totalmente coinvolgente; se sento quello di un altro grande interprete, András Schiff, tende ad annoiarmi. Mi annoio molto facilmente perché non risuono con le modalità esecutive, con i legati o gli staccati… in realtà non “ascolto”, giudico! Quando vado alla Scala e viene eseguito un brano di Mozart, la gente impazzisce, la maggior parte del pubblico va in estasi perché sta ascoltando l’autore, non l’esecuzione che ne viene fatta, che magari per me è terribile. La sovrastruttura, in un certo senso, ci “rovina”.

Per questo a condurre con te c’è una counselor?

Ci vuole una persona come Elena, che ti fa sganciare dal tuo costrutto e ti fa ascoltare la musica come qualcosa di fisiologico, come il respiro. Con lei ho costruito questo percorso, grazie anche al suo ascolto attento e ai suoi feedback sulle musiche che ho scelto.

Elena Canavese

Come sei arrivato a unire corpo, spirito, musica e cura?

Ho sempre amato la musica e ho pensato che avesse proprietà terapeutiche. Esiste la musicoterapia: prendiamo, ad esempio, Mozart. Hanno dimostrato che le mucche che ascoltano la sua musica producono più latte, o che essa consente di risolvere problemi matematici in maniera più veloce. Di sicuro sappiamo che c’è una stimolazione cerebrale, ma la nostra scienza si ferma lì.

L’antroposofia medica, branca della medicina complementare fondata dal filosofo Rudolf Steiner, va oltre il concetto fisico e ci dice che non siamo fatti solo di materia.


Oltre al nostro corpo fisico, esistono dei piani superiori, ‘sovrasensibili’, con una serie di funzioni.

Oltre al corpo fisico, che possiamo esplorare con i nostri sensi, c’è anche il corpo eterico, legato alle forze riproduttive e al ritmo; il corpo astrale, che rappresenta il lato emotivo; e l’organizzazione dell’Io, che è l’espressione più elevata ed etica. Steiner chiama queste espressioni “sovrasensoriali”, associate al corpo fisico come arti costitutivi.

Tutti i nostri corpi risuonano

Steiner ha scritto, alla fine dell’Ottocento, un libro dal titolo Fisiologia occulta, che potrebbe sembrare folle ma che, se letto oggi con attenzione, è di una modernità incredibile. In questi scritti vengono anticipate di quasi un secolo molte delle scoperte scientifico-fisiologiche del ’900, anticipando in modo razionale le successive scoperte ufficiali.

Occupandomi di sistema immunitario, ho iniziato a pensare che questa forma molto complessa delle cellule che lo compongono, altamente strutturata e gerarchica, rifletta molto bene la suddivisione steineriana. Da lì ho costruito un percorso di parallelismo tra arti costitutivi, sistema immunitario e forma musicale.

Il corpo eterico, ad esempio, è legato alla forma ritmica di riproduzione cellulare e, come ben sappiamo, la musica ha sempre una base ritmica; il corpo astrale è il sistema con cui noi viviamo le emozioni e, nella musica, queste vengono espresse chiaramente dall’armonia, maggiore o minore, associata alle varie tonalità.

Quale musica parla a quale parte di noi?

In base a questo parallelismo, quando ascolti la musica stimoli determinate parti del sistema immunitario, in quanto attivi determinati arti costitutivi. Un esempio illuminante può essere quello dei maratoneti professionisti: non è permesso ascoltare musica attraverso le cuffie durante le gare competitive, in quanto è considerata doping.g. 

Il ritmo della vita

Partiamo dal corpo fisico, quello che vediamo e studiamo con i nostri sensi. Se non ci fosse qualcosa che lo anima, sarebbe morto; invece, se ben ci pensiamo, è animato da una forza che si oppone alle leggi chimico-fisiche della natura, a partire da quella di gravità. Infatti siamo in grado di alzarci contro la forza di attrazione terrestre e, stando al sole o al vento, non ci disintegriamo come farebbe un corpo inanimato.

Queste forze che vanno oltre il corpo fisico: quella più vicina alla materia è l’“eterico”, ossia l’energia che ci permette di crescere e riprodurci. In fondo noi viviamo perché le cellule stesse si riproducono. Nella musica, l’equivalente dell’eterico è il ritmo, e i brani che rimangono legati all’uomo nel tempo sono proprio quelli che hanno un ritmo più fisiologico, ad esempio quelli che mimano il battito cardiaco e la respirazione.


Quando ascoltiamo Bach, c’è sempre un ritmo molto preciso: nel suo primo grande coro introduttivo della Passione secondo Giovanni sentiamo benissimo la pulsazione cardiaca. È impossibile, se ascoltato con attenzione, non creare una risonanza tra il nostro ritmo cardiorespiratorio e la pulsione ritmica di questo incredibile brano.

Ci sono poi musiche con un ritmo molto rigido, meccanico e poco fisiologico, come quella da discoteca. Anche in questo caso si può entrare in risonanza, ma è più tipico delle persone giovani, con un eterico molto forte e capace di gestire anche ciò che è meno fisiologico. Tipicamente sono i giovani.
Nella crescita dell’essere umano, verso la maturità e l’invecchiamento, l’eterico si indebolisce e entriamo in risonanza più facilmente con una musica più fisiologica.

Dalle emozioni all’anima

Nel percorso degli arti costitutivi, che inizia con il corpo fisico, permeato e tenuto in vita dall’eterico, compare l’astrale su un piano superiore. L’astrale rappresenta il meccanismo con cui noi interiorizziamo il mondo esterno, lo elaboriamo e lo riemettiamo come attrazione o repulsione verso qualcosa: è lo psichismo dell’essere vivente. Vedo qualcosa che mi piace, la interiorizzo e mi attivo per avvicinarmi; se non mi piace, la interiorizzo e mi attivo per allontanarmi. L’astrale è simpatia e antipatia, ossia tutto il lato emotivo. Ad esempio, quando vedi o percepisci qualcosa che ti “commuove”, attivi il lato astrale.

Il corrispettivo del corpo astrale nella musica è rappresentato dalle leggi che governano l’armonia (le tonalità): se ti faccio ascoltare un brano in tonalità minore, si percepisce qualcosa di malinconico; mi puoi dire “vedo un cielo coperto”, e quando il brano passa in tonalità maggiore l’impressione è quella del sole che appare. La musica può essere terapeutica in quanto ha la capacità di ordinare l’astrale, ossia di ordinare il lato emotivo di una persona.

Tutte le musiche di questo tipo ‘riordinano’ le nostre emozioni?

Se ascolto un brano di Stockhausen o di Ligeti (musicisti che utilizzano la dodecafonia come sistema di composizione), incontro un astrale non ordinato che crea disorientamento: è una musica molto fredda che può far star male. C’è un compositore che si chiama Alban Berg, vissuto tra le due grandi guerre del Novecento: nelle sue composizioni, come in quelle di molti suoi colleghi coevi, si sente l’arrivo del secondo conflitto mondiale. La sua musica, straziante e senza un ordine interno, la definirei “antifisiologica”.
Anche le storie che racconta nelle sue opere sono tremende: i suoi due grandi capolavori operistici sono Wozzeck e Lulu. Personalmente è molto difficile che io esca prima del termine di uno spettacolo teatrale, eppure non sono mai riuscito ad arrivare al termine della Lulu, nelle tre o quattro volte in cui ho assistito alla sua rappresentazione. Ho provato a impormi di sentire l’ultimo atto, anche per curiosità, ma sono sempre uscito prima per la forte sensazione di malessere e di vuoto.

Gli astrali curativi, al contrario, orientano e ordinano: l’astrale è come una luce; se i raggi luminosi sono senza direzione, tutto diventa confuso e ci si sente dispersi, mentre se gli dai un ordine tutti i tuoi sentimenti e le tue emozioni risultano polarizzati in senso positivo. L’Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach ordina il tuo sentire interiore: ti calmi, respiri in maniera fisiologica e metti in armonia astrale ed eterico, la tua parte istintiva e la tua parte emozionale. La sensazione di benessere è innegabile.

In equilibrio.

L’equilibrio è essenziale in tutte le emozioni: non bisogna andare in eccesso o in difetto. Ad esempio, nella medicina tradizionale cinese bisogna stare attenti all’eccesso di gioia: se troppo spinta, porta alla pazzia, alla follia.

Corpo eterico, astrale e poi arriva l’Io.

C’è la parte più alta, quella che Steiner chiama l’organizzazione dell’Io, che rappresenta la dimensione etica più profonda, che distingue l’uomo dall’animale; non solo mi avvicino a qualcosa perché mi piace, ma posso avvicinarmi anche a ciò che non mi piace, se lo trovo giusto dal punto di vista etico.

Una persona che sta molto male può mettermi estremamente a disagio, ma per etica voglio starle vicina, anche se faccio fatica, anche se il mio istinto mi dice di allontanarmi: quello è l’Io, che mette in coerenza astrale, eterico e fisico, ossia gli arti costitutivi. Può essere visualizzato come una lama di luce che ci attraversa e ci tiene orientati.

Musica e salutogenesi

Certe patologie, come quelle oncologiche, possono comparire in pazienti che vivono una crisi biografica emotiva molto lunga. Nella mia esperienza di oncologo ho visto persone che hanno evocato la malattia anni prima, ad esempio a causa di tradimenti prolungati nel tempo: per riavere l’altra persona si evoca la malattia, e lo si fa creando uno squilibrio tra i corpi costitutivi, ossia tra ciò che conforma, quindi l’Io e l’astrale, e ciò che cresce, ossia l’eterico. Stimolare astrale e organizzazione dell’Io in maniera ordinata vuol dire creare equilibrio: la musica fisiologica mette in coerenza e crea ordine, riportando l’equilibrio negli arti costitutivi.

In particolare c’è un tipo di musica che ci consente il riequilibrio di tutti i nostri ‘corpi’?

Personalmente, sono convinto che l’uomo abbia espresso maggiormente l’Io nella musica sacra. Attenzione: non ne sto facendo una questione religiosa o devozionale, ma è un discorso di massima espressione della volontà dell’Io. Il più grande è stato forse Johann Sebastian Bach: la sua musica era scritta unicamente per Dio, ed è per questo che esprime un Io alto e potente. Nell’Agnus Dei, brano finale della Messa in si minore, ha la capacità di trascinarti in alto e di lasciarti sospeso dentro questa luminosità enorme, che è la luminosità dell’Io, la parte alta dell’anima.

In un certo senso, questa musica ci disincarna.

Questo è quello che succede quando si va a sentire grandi opere dal vivo. Di solito il pubblico è molto rumoroso: scartano caramelle, tossiscono, ma quando si arriva in alcuni passaggi emotivamente elevati regna il silenzio.

In un’opera come il Parsifal di Wagner, lunghissima, pesantissima e nello stesso tempo mistica, quando il direttore finisce di dirigere ci sono manciate di secondi in cui nessuno applaude. Questo succede perché gli ascoltatori non sono più lì, si sono lasciati trasportare. La stessa cosa accade quando si ascoltano dal vivo brani potentissimi come il finale della Seconda sinfonia di Mahler. Se si osserva con attenzione, molto spesso è il direttore d’orchestra quello che impiega molto più tempo a “tornare indietro”: al termine della sinfonia rimane immobile e assente per diversi secondi, deve rientrare nel proprio corpo, in quanto la musica lo ha elevato così tanto da risultare “disincarnato”.

È accaduto anche ad alcuni di noi durante la lezione.

E farci ritornare è quello che ha dovuto fare Elena durante l’incontro in cui abbiamo ascoltato (non sentito) il finale della Seconda sinfonia di Mahler, chiamata Resurrezione. È stato necessario un tempo lunghissimo, in cui Elena ha lavorato attraverso un percorso guidato di respirazione e ripresa del contatto con il corpo fisico, attraverso esercizi particolari, di cui mi sono reso conto solo rivedendo la registrazione.
È stato un lavoro eterno, più di 10 minuti, perché c’era una buona disincarnazione nel gruppo di ascolto. Ci siamo arrivati pian piano, dopo un percorso attraverso differenti tipi di musica, a intensità emotiva crescente

Il pop, invece, che musica è?

È una musica che raramente ha dell’Io, mentre c’è un forte astrale. Per curiosità, ho provato ad ascoltare i brani di un cantautore che ultimamente ha molto successo, Lucio Corsi. In effetti ha un bellissimo astrale: la sua è una musica con cui si entra facilmente in risonanza, i testi sono divertenti e immediati.
Qual è il problema? Che dopo un po’ passa di moda, finisce la capacità di emozionare e si perde.

Di contro, ci sono stati cantautori molto impegnati, come De André, che fa un discorso molto potente; grandi cantautori capaci di emozionare nel tempo, come Lucio Dalla o Franco Battiato. Non so quanta gente ascolti, invece, una Nilla Pizzi o il Quartetto Cetra, eppure ai tempi erano famosissimi. Come dice il nome, è musica leggera, quindi la perdiamo.

Abbiamo bisogno di musica eterna

Negli anni ’60/’70 del Novecento si era entrati in un percorso estremo di musica dodecafonica, una musica cerebrale che non seguiva più l’orecchio. Compositori come Schönberg o Webern, negli anni ’40 del secolo scorso, dicevano: “La gente si abituerà, abbiate pazienza”. Ma non si è mai abituata, perché non è una musica fisiologica.

Oggi, invece, si è tornati a comporre come i musicisti barocchi o gli autori del periodo classico: Philip Glass, ad esempio, scrive in un concetto puramente ritmico, con microcellule ripetute, e ha una potenza enorme; Max Richter, altro compositore contemporaneo, è tornato al classicismo. Tra le sue composizioni ha riscritto Le quattro stagioni di Vivaldi, smontandole e rimontandole. Per questo è stato molto criticato, perché ha toccato un mostro sacro, eppure la sua è una musica molto potente, perché mantiene una potenza emozionale e astrale elevata.

Serve ancora una musica sacra?

Oggi serve una musica che esprima qualcosa di molto superiore, come succedeva nei secoli passati, a partire dal 1500. Va detto che, ai tempi, dal punto di vista espressivo c’erano la musica, la pittura e il teatro. La musica era quindi tenuta in grandissima considerazione. Questa potenza artistica finisce con i grandi compositori dei primi del ’900, ad esempio nell’opera con Puccini e Strauss.
Oggi ci sono tantissime alternative a questo tipo di concetto musicale, dal cinema alla comunicazione globale. D’altronde, se devo pensare alla forma d’arte più completa oggi, mi viene da dire che sia il cinema.

Il cinema può essere curativo come la musica?

Tutta l’arte è curativa.
Un giorno un paziente mi ha regalato un libro in cui Steiner indica 12 quadri di Raffaello raffiguranti la classica Madonna con Bambino. Steiner sostiene che, se li guardiamo e meditiamo sulla loro bellezza, facciamo un atto curativo, ossia entriamo in risonanza con la bellezza.


La famosa sindrome di Stendhal è un astrale talmente forte da farti perdere totalmente il controllo. 

Oggi si parla spesso di arteterapia. Ad esempio, nella medicina steineriana ho visto casi complessi di bulimia e anoressia trattati con la creta: il creare figure antropomorfiche, in cui metti e togli materia attraverso il modellamento, ha dato risultati sorprendenti.

Come si fa a fare comprendere questa visione dell’uomo come un tutt’uno? 

Dobbiamo partire dal punto in cui tutto si è diviso. In realtà, nella medicina antica l’essere umano era considerato un’unica entità formata da corpo, mente e spirito.

Con Cartesio è comparsa la visione dell’essere umano come una macchina: c’è un ingranaggio rotto e lo si sostituisce. Questo concetto di macchina ha iniziato a settorializzare tutto e i primi a essere divisi sono stati mente e corpo: uno di qua e l’altro di là. Certo, questa visione ha portato alla comparsa di una medicina iperspecialistica, che è quella di oggi, e siamo in grado di agire in maniera specifica, ad esempio su un solo organo, salvando così la vita alle persone.
Dall’altra parte, questa visione di una medicina iper precisa e settorializzata ci ha portato al paradosso medico che la nostra scienza medica sta affrontando oggi: curiamo la malattia, ma molto spesso ci dimentichiamo del paziente.

Cosa significa?

Faccio un esempio classico dell’ambito oncologico: può succedere che ci siano pazienti con un tumore inoperabile che fanno chemioterapia, e li vedi molto provati dai trattamenti e incapaci di riprendersi, ma il medico è contento perché il tumore è diminuito di 3 millimetri.


Abbiamo curato il tumore o stiamo curando il paziente? 

Se per assurdo potessi far crescere il tumore e far star bene il paziente, sarebbe paradossalmente accettabile. Ho visto tanti casi di persone che, pur andando tutto bene dal punto di vista oncologico, vivevano tutto con ansia e si lasciavano andare, perché non ci si prendeva cura del lato umano. Nella medicina moderna i medici hanno 15 minuti per vedere un paziente in ospedale: gli si propone una diagnosi, uno schema chemioterapico e non si cerca di comprendere quali siano le richieste emotive del paziente, per mancanza di tempo. Possiamo riassumere tutto in una frase: se con la chemioterapia la malattia si riduce, bene; altrimenti cercheremo un altro farmaco. Punto. Questo crea ansia e angoscia nel paziente.

E quindi compare il panico, assieme a domande sul proprio futuro, sulle alternative, su quali saranno gli effetti collaterali.

Non consideriamo che per anni il tumore è stato chiamato “male incurabile”, “male oscuro”, “male indicibile”, e che la chemioterapia degli anni ’80 ha fatto male e ha terrorizzato due generazioni. Tutte realtà che sono molto migliorate, ma il paziente vive ancora in questa visione antica, perché nessuno gli spiega dove siamo oggi con le cure e come sono cambiate le cose. Se non curiamo il paziente nella sua interezza, ossia in tutti gli arti costitutivi, direbbe Rudolf Steiner, abbiamo curato il paziente a metà. Una musicoterapia, o una terapia nella visione PNEI in generale, riuniscono tutto questo. I medici ospedalieri percepiscono tutto questo, ma non hanno il tempo di gestirlo.

Medicina umana, per esseri umani

La nostra medicina è piena di paradossi: fino a sette/otto anni fa i grandi ospedali negavano il rapporto tra il lato emotivo e la prognosi del paziente, mentre siamo in grado di accettare da almeno 50 anni che una persona molto stressata si faccia venire un’ulcera gastrica. Delle due l’una.

Se è vero, come gli studi dicono, che il sistema immunitario è qualcosa di molto sensibile allo stato emotivo del paziente, questo spiega perché i pazienti reattivi emotivamente vanno meglio rispetto a quelli depressi e spiega la cosiddetta sindrome dei cuori infranti, descritta negli anni ’80 da un medico giapponese che osservava coppie vissute in simbiosi per 50 anni: quando moriva uno dei due, l’altro sviluppava un tumore entro i sei mesi, in modo statisticamente significativo.

Oggi sappiamo che nel paziente che si deprime, crollano le cellule del sistema immunitario.

Le cellule natural killer, in particolare, sono quelle che devono uccidere le prime cellule tumorali che si formano, cosa che tutti facciamo continuamente: uccidiamo cellule tumorali tutto il giorno.

Se il sistema immunitario non svolge quella che viene chiamata immunosorveglianza, sfuggono cellule che poi danno origine ai tumori. Questo ci deve far pensare, perché vuol dire che siamo un tutt’uno e che ritornare a un concetto di unità del paziente è qualcosa che tante medicine oggi tendono a fare. L’antroposofia lo fa da sempre.

Tornando, quindi, alla musica, entrare in risonanza con essa, in un certo senso, mi aiuta a non ammalarmi o a guarire. A volte, a pazienti con cui mi sento molto in sintonia, prescrivo di ascoltare un pezzo o una playlist che creo su Spotify.

Da dove possiamo iniziare per accostarci a una musica a cui non siamo educati?

Si potrebbe iniziare con una serie di brani di musica classica cosiddetta facile. Uno dei più famosi è il Canone di Pachelbel, che ha un basso ostinato, quattro o cinque note ripetute circa 140 volte, su cui i violini fanno una serie di variazioni tematiche, una sorta di disegni: ascoltare con attenzione, con il respiro, lasciandosi andare, senza giudicare, vuol dire interiorizzare la musica.

L’altro compositore eterico-ritmico per eccellenza che posso suggerire è Rossini: nei suoi fugati, nelle sue code, nei suoi concertati, formati da una musica ripetitiva sempre sugli stessi accordi iperfisiologici, mette di buon umore, perché ha una parte ritmica e un’armonia molto astralica con cui tutti entriamo in risonanza. Ecco perché l’opera più eseguita in tutto il mondo, forse dopo Carmen, è Il barbiere di Siviglia. Allo stesso modo, è difficile assistere a un’opera di Mozart in cui il teatro non sia pieno: sono musiche con cui si entra in risonanza subito.

Quello è sentire. E va bene. Se vogliamo fare il passaggio ulteriore, dobbiamo imparare ad ascoltare, staccandoci da tutti i preconcetti. I primi sono: “com’è noiosa la musica classica”, da un lato, e dall’altro “se non è fatta come dico io, non mi piace”.

Ascoltare la musica è farsi trasportare.

In conclusione, per chi è il percorso di sperimentazione della musica che avete creato?

La prevenzione è più importante della cura, quindi in un certo senso l’ascolto curativo è diretto a tutti, perché in una vita molto stressata come questa sarebbe importante avere una scelta di brani che ci fanno stare bene, anche senza grandi stimolazioni dell’organizzazione dell’Io.

Come oncologo, questo diventa ancora più interessante. Se ho un paziente operato di tumore e quindi non più portatore di malattia, e che non deve ammalarsi di nuovo, farlo entrare in risonanza con alcuni brani riesce a mettere in atto quella che chiamiamo salutogenesi (ossia l’opposto della patogenesi). Oggi sappiamo che la malattia vuol dire uscire dal range di normalità di quelle molecole segnale che regolano le funzioni del nostro organismo (le citochine, i fattori di crescita, gli ormoni e le neurotrofine). Ascoltare una musica fisiologica, che lavora sul battito cardiaco, sul respiro e sul rapporto tra battito e respiro, crea una regolazione anche di queste molecole: in ultima analisi, ad esempio, può abbassare il cortisolo, che è il classico ormone dello stress.

Tutto questo è ampiamente dimostrato nella fisiologia, e la musica, come la meditazione, può in maniera naturale regolare il benessere della vita attraverso quell’ingrediente fondamentale: la coscienza.

E forse è proprio qui il punto: la musica non ci cura soltanto, ma ci riporta a noi stessi.

Musica ed equilibrio. Ascolta la playlist preparata dal dottor Nicola Frisia

A questo link la playlist preparata dal dottor Frisia per Quoziente Humano e i suggerimenti per ascoltarla: cinque brani per creare uno spazio interiore di benessere e armonia in una quotidianità che spesso ci allontana dall’equilibrio interiore ed esteriore.

Monica Bozzellini
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Oltre 30 anni di esperienza nel mondo del giornalismo e della comunicazione aziendale; da oltre 5 anni è consulente alla comunicazione positiva. Si occupa dello sviluppo della persona attraverso strumenti a mediazione artistica espressiva, come professional counselor a mediazione corporea e teatrale

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