Condividere tutte le novità della patologia molecolare – branca della medicina che studia le malattie analizzando ciò che accade a livello di dna, rna e proteine all’interno delle cellule – ai membri della comunità per tenerli aggiornati e affrontare le sfide del presente: questo l’obiettivo del XII Congresso Nazionale del Gruppo Italiano di Patologia Molecolare e Medicina di Precisione della Società Italiana di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica SIAPeC-IAP, che per l’edizione di quest’anno, 13 e 14 aprile 2026, ha scelto la cornice del Rione Terra di Pozzuoli a Napoli.
A raccontarci di come il numero di medici ricercatori sia cresciuto in pochi anni passando da 63 membri a circa 300 è Umberto Malapelle, Professore Associato in Anatomia Pathologica, Dipartimento di Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II che coordina il gruppo insieme a Fabio Pagni, Direttore della Scuola di Specializzazione in Anatomia Patologica, Università di Milano – Bicocca.
“Il gruppo si riunisce per fare cultura rispetto alle strategie diagnostiche da utilizzare in ambito di anatomia patologica e per guidare i trattamenti in oncologia medica – racconta Malapelle -. È un gruppo molto eterogeneo, perché all’interno ci sono medici patologi, alcuni oncologi, biotecnologi, bioinformatici, infermieri: la prima cosa da fare è sviluppare un’interfaccia di linguaggio comune”.
Una comunicazione fatta di competenze tecniche e umane, che secondo il medico va allenata sia all’interno che all’esterno, a favore di una comunità intesa come insieme di pazienti operatori sanitari, oss, chiunque lavori intorno al paziente.
“C’è una curva di apprendimento molto lunga per chi fa questa professione ed è senza fine. Io tutti i giorni imparo più di quello che ho appreso il giorno prima. Ci sono dei contesti protetti dove puoi imparare, perché puoi sbagliare. Occorre ridurre l’errore con il paziente, ma per farlo in alcuni spazi – per esempio, un esercizio che si fa in ambito di ricerca in cui il rischio viene calcolato – occorre osare, così da acquisire gli strumenti e settare la barra per proteggere la comunità”.
Quanto conta la formazione alla comunicazione?
Un paziente oncologico viene gestito da almeno 12 specialità differenti. Generalmente come anatomo patologi comunichiamo più con gli altri specialisti, perché il nostro rapporto è da un lato con l’oncologo, dall’altro con il chirurgo. Ormai frequentemente capita di parlare con i pazienti che chiedono seconde opinioni, fino a qualche anno fa non eravamo preparati a parlare con l’utenza, ci siamo dovuti aprire e abbiamo dovuto a imparare, perché spesso un linguaggio tecnico come il nostro spaventa.
Conta la comunicazione sia di carattere tecnico post analitica in cui trasferiamo i risultati tra colleghi, sia una che faciliti la comprensione delle informazioni tecniche.
Il trasferimento di informazioni è parte integrante della storia clinica del paziente.
Ci sono due momenti. Uno è basato su carta, si utilizzano i referti delle varie aree per comunicare a un altro specialista o al paziente, la parte che noi definiamo post analitica, l’ultimo momento del percorso di cui ci occupiamo, per noi è la diagnosi sia di ordine morfologico che molecolare. Molta della nostra attività è proiettata verso l’ambito oncologico, ma non tutta, ci sono a volte lesioni che non riguardano oncologia.
L’altro flusso di informazioni è a raccordo per prendere una decisione congiunta, la medicina è collegiale. Abbiamo momenti di incontro settimanali tra gruppi multidisciplinari in cui si incontrano tutti gli specialisti che per quel determinato caso hanno avuto o avranno un impatto sulla storia clinica del paziente e che ,mettendo insieme tutte le informazioni che sono all’interno dei referti, decidono collegialmente il trattamento che dovrà essere intrapreso.
Che cosa può agevolare la classe medica rispetto al carico per poi andare a ricadere con un impatto positivo sul paziente?
Capire quale sia il carico relativo di ogni disciplina all’interno del percorso terapeutico è fondamentale. Si tratta di carichi dinamici: ci sono momenti della storia di un paziente che vedono più coinvolto un collega rispetto a un altro, e viceversa.
Sapere di condividere difficoltà che, seppur diverse, hanno una magnitudo simile fa la differenza nella relazione.
A volte i supporti stanno nella razionalizzazione delle risorse. Bisognerebbe sostenere i gruppi multidisciplinari con logistiche di cui non si deve fare carico l’operatore sanitario, ma delle figure preposte per questo. Faccio un esempio su tutti: il data manager è una figura che non esiste in tutte le strutture ed è il medico a chiamare la riunione. Questo significa aggravarlo di un atto amministrativo che sottrae energia al lavoro clinico che deve fare. Molti colleghi dicono che molte delle attività da cui vorrebbero essere alleggeriti sono queste, peraltro non si è formati per farle e quindi si investe molto tempo in qualcosa che non riguarda prettamente la professione. Noi per definizione siamo a servizio del paziente. Questo lavoro è una vocazione. Quando lo si fa, si è disposti a fare dei sacrifici, ma per servire al meglio il paziente, non per riparare un sistema che ha dei buchi.
Nel mio lavoro è impossibile dividere la vita privata dal lavoro. Naturalmente ci sono confini che vanno gestiti, bisogna avere chiara in mente la scala delle urgenze e delle emergenze.
Nell’epoca dell’IA, internet, chat di messaggistica e altro, quali qualità deve avere il medico?
Le uniche qualità che questi sistemi non hanno: l’empatia e la disponibilità. Questi sistemi non sono disponibili, sono a chiamata, e non sono empatici: leggere qualcosa su uno schermo non accompagna in quello che viene detto. I medici vengono preparati per stare con il paziente, dall’università, al post-laurea, fino alla comunità di educazione continua.
Io lavoro al Sud, per un periodo mi sono formato e ho lavorato all’estero, e posso dire che quando bisogna comunicare la diagnosi a un paziente occorre capire chi si ha davanti e settare il registro linguistico del paziente, in alcuni casi finanche parlare in dialetto per metterlo a suo agio e farsi capire bene.
Come creare l’alleanza terapeutica?
Tra medico e paziente si viene a creare la più grande relazione di reciproca fiducia.
Quello che fa andare meglio le terapie, soprattutto quelle orali, è la fiducia che si instaura dal paziente all’oncologo e viceversa, perché il medico in quel caso gli affida parte della cura.
Come allenare l’empatia?
È una competenza che andrebbe insegnata all’Università e che in quest’ambito viene declinata in modo molto specifico, perché poi non deve diventare un rischio per la cura. Se viene espansa troppo in un senso non guidato verso un paziente piuttosto che un altro, o verso un collega, può non indirizzare bene a prendere la decisione corretta in un momento tipico del percorso terapeutico. È normale che ci siano delle attitudini caratteriali, ma l’idea della formazione è che il livello medio sia allineato.
Navigare nella complessità.
Occorre disegnare percorsi chiari. La presa in carico può essere agevolata da un professionista che assiste il paziente nel navigarne la complessità. Noi come operatori sanitari sentiamo l’esigenza di avere queste figure. Ci sono in altri Paesi i navigator, professionisti che sono l’interfaccia con il paziente e che lo guidano lungo tutto il percorso di cura. Spesso ha un ruolo molto importante il terzo settore, con associazioni di pazienti e caregiver, perché quando una persona ha una patologia oncologica, è coinvolta l’intera famiglia. È la famiglia che modifica gli impegni, la scala delle priorità, la dedizione, il sottrarre tempo ad altre attività. Oggi il cancro, tanto più se il nucleo è unito, è diventato una patologia familiare. I caregiver sopperiscono alla mancanza di quelle infrastrutture di cui parlavo prima e di cui noi medici sentiamo l’esigenza.
Quando si va in strutture molto grandi, chiedere che l’operatore sanitario che ha impostato i piani di molti pazienti per una giornata debba poi navigare questa complessità tra le varie discipline è fuorviante, perché non è stato preparato per questo. È stato formato per essere l’interfaccia del paziente, per comunicare e fare l’engagement, per creare un rapporto di fiducia, per parlare con gli altri colleghi, per servire al meglio in quel momento nel suo ruolo.
Il cammino insieme: evoluzione scientifica e cambiamento infrastrutturale.
Fortunatamente negli anni abbiamo fatto un grande lavoro, ma l’evoluzione scientifica che ha corso velocemente non è andata di pari passo con il cambiamento infrastrutturale per recepire queste evoluzioni; quindi, adesso il sistema vive degli spazi più piccoli di quelli che può offrire in strutture che non sono preparate a questo cambiamento dinamico, perché mancano degli elementi di raccordo, di cui prima non c’era bisogno, perché il rapporto era one to one.
In tutti i Paesi del mondo che ho avuto il piacere di visitare l’Italia è quello più avanzato in termini di sanità, ma le risorse scarseggiano. La regione Campania, in cui io lavoro, fino a pochi giorni fa era in piano di rientro, noi come comunità ci siamo dovuti distribuire un lavoro che avrebbe dovuto fare un numero di unità venti volte superiore. Noi siamo il presente, ma bisogna formare chi dirigerà il futuro: il prossimo cinquantennio verrà gestito da chi viene dopo di me. Attualmente è difficile che un ragazzo giovane si interessi alla medicina dell’urgenza, perché ci sono tante criticità.
Come dialogano le diverse discipline per garantire un approccio integrato alla persona?
Le nostre attività sono fatte coordinandoci con le società scientifiche che nel nostro ambito rappresentano tutti quei colleghi che prendono in carico il paziente. Sinergizziamo molto con Aiom, Associazione Italiana di Oncologia Medica, Sigu, Società Italiana Genetica Umana, SIBioC, Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica. L’unico modo per avere una capacità di dialogo è quello di essere rappresentativi.
Negli anni abbiamo cercato di coalizzarci rispettando settori e differenze, con la specificità dei gruppi di studio che lavorando all’interno della Società.
Uniti per il paziente.
C’è stata un’evoluzione molto dirompente nel nostro ambito che ha portato alla nascita di nuove associazioni, nella nostra società e nel gruppo di studio abbiamo deciso di fare un’operazione diversa: abbiamo istituito una task force che si occupasse della governance per capire come scalare le novità verso il paziente e procedere più velocemente, portando valore all’interno di un’organizzazione già esistente e aumentandone la rappresentatività. I presidenti di due società scientifiche differenti, Siapec e Aiom, hanno co-firmato un’alleanza per lavorare insieme su questi temi.
I temi del Congresso Nazionale PMMP.
Comunicare alla comunità le esperienze e gli avanzamenti di settore in modo tale che tutti i membri siano aggiornati e allinearsi su come governarli insieme agli oncologi per renderli efficaci verso i pazienti. Noi oggi abbiamo gli strumenti, dobbiamo imparare a governare le zone grigie e i rischi, ma esistono gi studi clinici.
Che cosa auspicarispetto all’associazione e alla comunità medica?
La partecipazione e la rappresentanza di chiunque, in un ambiente partecipativo in cui ognuno si senta libero di portare il proprio problema perché non c’è giudizio, così da promuovere uno spazio di condivisione. E questa è la stessa cosa che auspico rispetto alla medicina in generale. Il senso di comunità si realizza nell’avere lo standard di cura più alto a chiunque.
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Giornalista, counselor a mediazione espressivo artistica e corporeo teatrale, consulente alla comunicazione positiva e allo sviluppo individuale e dei gruppi. 20 anni di esperienza in comunicazione aziendale.



