Elisabetta Serio

Da Napoli musica e donne per ricreare una geografia di valori

“Napule è nu sole amaro, Napule è addore e’ mare”. In un momento in cui il capoluogo campano fa il giro del mondo per la sua bellezza con un turismo che nei primi 6 mesi del 2023 è cresciuto del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (dati della locale Federalberghi), la città che canta arte, cultura e bellezza, si unisce in questi giorni al dolore di una famiglia che piange la morte di un giovane musicista ucciso da un sedicenne armato di pistola. “E’ un momento molto triste per l’umanità. C’è un’assenza di valori e di regole, dilagano paura ed omertà. C’è un ritorno ai temi dell’illuminismo: mancano illuminati che possano fare luce su questa epoca”. 

Le parole di Elisabetta Serio, pianista e compositrice, sono un richiamo alla responsabilità individuale e al contempo una resistenza alla fioritura. Direttrice d’orchestra durante la serata tutta al femminile de Le Vesuviane, che lo scorso 28 luglio ha riunito oltre trenta artiste sul palco dell’Arena Flegrea, ha dichiarato: “Le donne rappresentano un universo infinito e meraviglioso. Le donne sono forti, empatiche, abituate alla sofferenza e all’accoglienza, con un utero che ospita per tanto tempo e non si lamenta. Per me le mamme sono l’origine di tutto, ed è un paradosso, perché sono loro che potrebbero fare la grande differenza: dovrebbero formare all’equilibrio, alla libertà di ruoli precostituiti”. 

C’è una cultura nei mass media che spinge fuori come forza bruta e violenta, facendo passare l’idea che la sensibilità sia debolezza. Come si fa a comunicare forza attraverso cultura e bellezza?  Perché non arrendersi e, anzi, spingere nella direzione della musica e dell’arte? 

Oggi si registra l’assenza di regole e di una geografia di valori che cominci prima di tutto dalla famiglia, come prima forma di microsocietà, in una società dove tutto corre veloce e dove, senza volere fare generalizzazioni, è difficile stupirsi. Arrivano notizie flash come quella del giovane musicista ucciso (il ventiquattrenne Giovanbattista Cutolo è stato assassinato il 31 agosto scorso durante una lite per un parcheggio a Piazza Municipio ndr) e non si cerca di recuperare il perché o davvero di cambiare la cultura andando in profondità. Per contro, il compito degli artisti è fare comunicazione attraverso l’arte e la bellezza. La musica di questo giovane uomo, la nostra musica, è stata assassinata. Sono tempi che aprono alla noncuranza, all’ignoranza, alla facilità che consente a un ragazzo di 16 anni di girare con una pistola. Le notizie corrono veloci e noi per primi non riusciamo a fermare questo tempo, come se il dolore fosse qualcosa da far passare rapidamente, perché tutto va di fretta e bisogna andare avanti. 

Napoli e la musica, un connubio storico. 

Napoli è la città in cui sono cresciuta, i miei genitori erano entrambi salentini. Napoli per me è una sorta di Jaipur, una piccola India: una città ricca di possibilità e di fermento, di tradizione ma anche di modernità, un posto che fatica ad avanzare, perché è difficile distaccarsi da ciò che viene conservato. Come il jazz insegna, si deve conoscere la tradizione, ma si deve sempre cercare di essere onesti quando si racconta una storia, sia musicale che umana. L’onestà significa che, partendo dalla tradizione, occorre esprimere e filtrare ciò che si sente, raccontandolo in musica e parole senza scimmiottare quello che è stato già detto da altri. 

I tempi di oggi che cosa chiedono di raccontare?

Purtroppo, siamo costretti a raccontare una superficie. Pubblichiamo una foto su Instagram in cui dobbiamo essere per forza cool, postiamo un’immagine che non corrisponde alla verità e ai tanti stati d’animo, si sceglie uno e si cerca di mettere il migliore. Negli anni ’80-’90 l’argomento tabù era il sesso, oggi è la morte, perché scontra con quello che viene richiesto: l’essere perfetti.  In questo modo ci si allontana dall’onestà del racconto di chi può avere molto da dire. 

La musica è un pieno e un vuoto. Non siamo pronti al vuoto? 

Se non crei un vuoto non può esserci un pieno.

Lo riempirai in una maniera secondo me non adeguata rispetto ai giusti tempi. Le pause nella musica sono fondamentali. Per me il vuoto è necessario. Io ho bisogno di stare in silenzio, mi definisco come una donna essenzialmente timida e silenziosa. Il vuoto, lo spazio e il respiro sono fondamentali. 

La tua musica attinge dalle radici partenopee e allarga lo sguardo oltreoceano. Che cosa significa per te contaminazione? 

Per me è essere nudi sotto la pioggia, filtrare ciò che può essere vicino alla propria sensibilità. Mi sono formata in mezzo alla strada e questa esperienza ha fatto sì che io potessi entrare e uscire da ciò che vivevo, all’inizio con difficoltà, poi ho imparato a gestire questi in e out, rispetto alle culture, ai viaggi, ai libri letti. La contaminazione non è solo musicale, diventa risultato delle persone e dei luoghi: la musica è una conseguenza della geografia, della politica, di ciò che accade in un determinato posto e momento piuttosto che in un altro. 

Hai avuto collaborazioni importanti: da Pino Daniele a Sarah Jane Morris. Che cosa hai imparato da queste sinergie? 

Rispetto, gratitudine, regole. Sono figlia di un padre generale dell’esercito, le regole le ho introiettate già da piccola. Ho appreso i linguaggi: avere a che fare con tutti questi grandi artisti, che sono tanti e a cui devo tanto, significa entrare nella semantica altrui.

Il tema è uscire da te, abbandonare l’ego e comprendere la persona che si ha fronte.

È un esercizio psicologico, che a me viene abbastanza naturale. Lo stare con l’altro è un percorso, un’evoluzione, una crescita, una curiosità, un volersi riempire, perché il senso della vita è l’incontro con l’altro, dopo che si è realizzata la sinergia si può sentire il desiderio di solitudine per sedimentare e lasciare marinare quello di cui ci si è nutriti. Prendere le distanze dopo l’emozione aiuta a capirsi meglio. 

L’innovazione è anche mettere il proprio nella tradizione?

Il jazz, ad esempio, espresso nello stile be-bop, nasce negli anni ’30 in America, a New York, dai neri arrabbiati nei confronti della società. Ritorniamo a quello che dicevamo prima: la musica è una conseguenza di quello che accade in un luogo. Se voglio fare jazz a Napoli parto dalle tradizioni ma racconto l’aria di Napoli, quello che il mare suggerisce. 

Che cosa è per te il talento? Come individuarlo e coltivarlo? 

È una dote che fa parte dell’essere umano, o ce l’hai o non ce l’hai. Avere talento spesso non basta, perché ci si potrebbe sedere. In occasione delle Vesuviane ho ascoltato tante artiste talentuose, penso a Ste, Dadà, Fede ‘n’ Marlen per citarne solo alcune, in quel caso puoi solo osservare. È stata una bellissima sorpresa avere a che fare con queste donne. Di fronte al talento puoi accompagnare, consigliare di non fermarsi ai feedback, seppur positivi, che arrivano dall’esterno, perché non bastano. Per me la parola successo è un participio passato e ha sempre significato punto e a capo. Altrimenti si porta un carico. Suggerisco di non soffermarsi al talento, ma di nutrirlo, consolidarlo, ascoltarlo, seguirlo, aggiustarlo, limarlo. È un lavoro personale interiore. 

Tosca e l’orchestra de Le Vesuviane

Hai citato l’evento Le Vesuviane. Perché una serata tutta al femminile?

Potrei risponderti ‘Perché no?’. Noi per prime ci siamo sorprese di tanta bellezza e tanta professionalità e allora mi e ti domando: perché c’è stupore? Ancora oggi c’è un mondo a prevalenza maschile, intendendo il maschile come simbolo. La questione è quello che le donne, le nostre antenate e i nostri avi hanno dovuto introiettare. Mentre facevamo le prove dello spettacolo mi sono raffigurata che stessimo proseguendo in quello che le donne hanno sempre fatto. Magari 50 anni fa le signore si riunivano per cucinare e litigavano sulle quantità e gli ingredienti da usare, con un salto temporale ho immaginato che noi facessimo lo stesso, in questo caso utilizzando degli strumenti musicali. Sono partita da un sogno per avere il suono delle Vesuviane: ho visto Partenope guardare il Vesuvio e provare a comunicare. Il tema è proprio dato dai ruoli che abbiamo introiettato nei secoli e che hanno creato una limitazione.

Per me questa occasione non è stata tanto una contrapposizione maschile femminile, quanto una liberazione dei nostri avi.

Eravamo tutte donne, perché la sensibilità di una donna è diversa. Esiste la complicità, l’aiutarsi a vicenda. 32 donne sul palco erano tutte a disposizione l’una dell’altra, si sono passate il testimone, sono rimaste ad ascoltare: la bellezza di questo concerto è stata proprio il toccare questo con mano. 

Qual è, secondo te, la forza delle donne?

Le donne, almeno quelle di cui mi sono circondata io, partendo da mia nonna, sono forti, dolci rigorose, severe, morbide. Sono i tratti della donna che poi definiscono il carattere. 

In un mondo che è divisivo quanto conta e quanto è difficile supportare la collaboratività, come quella che si deve raggiungere in un’orchestra?

Ho avuto la fortuna di godere di una produzione impeccabile: dai dettagli tecnici alla cura delle esigenze delle singole persone coinvolte. Il backstage è stato fantastico. È quello che accade prima che determina l’opera finale. Serve lavorare bene, non creare disordini, studiare, essere produttive. La collaborazione nasce da tanti elementi, quello più importante resta quello umano. 
La musica non è per forza l’azione, ma già quello che si crea tra le persone. 

Come valorizzare unicità e al contempo la forza del gruppo?

Rispondo dandoti un elemento: nonostante le tantissime ore di prove, nessuna si è mai lamentata. Questo significa che piaceva quello che si stava facendo, si era pronte. La stanchezza era naturale, ma non consumava, l’energia era viva. 

Da musicista e direttore d’orchestra che cosa significa ascolto per te?

Ascoltarsi tra di noi è stato fondamentale già durante le prove. Riuscire a catturare l’attenzione di un’intera orchestra non è semplice, se succede significa che c’è fiducia e questo fa tanta differenza.

Se dico: ‘musica, cultura e donne’, che cosa rispondi?

Fuoco, fil rouge, bellezza, occhi, sguardi, sorrisi, volontà, piacere, gioia, lavoro, territorio e voglia di cambiamento. In una parola: evoluzione.

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Giornalista, consulente alla comunicazione positiva e allo sviluppo individuale e dei gruppi attraverso strumenti a mediazione espressiva. 20 anni di esperienza in comunicazione aziendale.

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