Il paracadute / Il tempo della vacanza

L’etimologia del termine “vacanza” proviene dal latino “vacantia”, il neutro plurale sostantivato di “vacans”, il participio presente del verbo “vacare” che significa essere vuoto, libero.

Quindi, vacanza si può interpretare come un periodo di vuoto, un intervallo di tempo durante il quale le abituali occupazioni, i doveri quotidiani e le routine lavorative sono sospese.

Vacanza può rappresentare un vuoto, un “vacuum” nel quale le consuete identificazioni con la vita di tutti i giorni svaniscono. Questo potrebbe essere un’opportunità per l’individuo di distaccarsi dalle sue abitudini, dai suoi ruoli e dalle aspettative sociali, creando un spazio in cui può esplorare nuove esperienze, riflettere sulle proprie condizioni di vita, recuperare le energie e riconnettersi con sé stesso.

Uno spazio di libertà e di auto-esplorazione

Ma spesso, nel nostro contesto contemporaneo, questa opportunità può essere mancata. Anziché sfruttare il “vacuum” della vacanza come uno spazio di libertà e di auto-esplorazione, molte persone possono ritrovarsi a riempirlo con attività preconfezionate, consumo eccessivo e la ricerca continua di divertimento e gratificazione immediata. In questo modo, il potenziale liberatorio del vuoto può essere perduto, e la vacanza può diventare un altro veicolo per la superficialità e l’alienazione anziché un momento di vero riposo e rinnovamento.

La modernità ha portato con sé l’illusione di un distacco, una frattura fra le varie componenti della vita dell’uomo. Le nostre esistenze si sono frammentate in segmenti distinti, tra cui il tempo dedicato al lavoro e quello destinato al riposo, in una sorta di scacchiera della quotidianità. Questa suddivisione, apparentemente razionale e ordinata, nasconde in realtà una profonda disumanizzazione dell’essere, un vuoto esistenziale in cui l’uomo si perde, sprofondando nell’abitudine e nella routine.

Le nostre giornate lavorative spesso non ci appartengono, sono alienanti, ci distolgono dalla consapevolezza di noi stessi e del fine ultimo del nostro operare. Così, attendiamo con ansia il fine settimana, il tempo libero, il “vacuum” in cui recuperare ciò che abbiamo perduto. E tuttavia, anche in questo tempo di riposo, l’uomo moderno si ritrova spesso a percorrere cliché e percorsi preconfezionati. Si va in cerca di nuovi desideri da soddisfare, si cerca il meritato riposo attraverso immagini standardizzate di relax, ma si finisce per cadere in una spirale di superficialità e insoddisfazione.

Il senso autentico del vivere

Il tempo libero diventa così un tempo di noia da riempire, un tempo di scorribande bulimiche in città d’arte e musei, senza una reale comprensione e apprezzamento di ciò che si sta vivendo. Questa bulimia culturale, priva di una vera digestione, lascia un senso di vuoto, un intontimento che spesso viene camuffato da finto entusiasmo.

Ma se osserviamo attentamente, ci rendiamo conto che la vita non è vuoto, ma pienezza. Il vivere è un continuum ininterrotto, non un singhiozzo.


Ogni istante è pieno, perché non viviamo a frammenti, ma in modo totale e costante.

Ecco allora che diventa urgente il ritorno al tempo totale, dove non esiste distinzione fra lavoro e riposo, dove la soddisfazione o l’insoddisfazione non sono categorie esterne, ma elementi reali e vissuti del nostro esistere.

È necessario dunque recuperare un approccio olistico alla vita, dove l’essere umano non si riduce a una serie di ruoli e funzioni, ma è considerato nella sua totalità. È un percorso che richiede coraggio e determinazione, la capacità di mettere in discussione i modelli imposti e di ritrovare il senso autentico del vivere. Solo così, riscoprendo l’unità tra lavoro, riposo, tempo libero e vita interiore, potremo riempire il “vacuum” dell’esistenza moderna con una piena consapevolezza di noi stessi e della nostra presenza nel mondo.

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Filosofo, antropologo e ricercatore, conduce da più di 30 anni corsi e seminari.

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