Oltre Eva, l’arte che rompe il mito con la mela della condivisione 

Le sue parole vibrano di intensità e passione, come quelle che tengono il filo delle opere che ha realizzato nella sua vita d’artista. Lea Monetti, pittrice, scultrice e ritrattista racconta a Quoziente Humano come le sue creazioni nascano dall’esigenza di fermare il mistero insito nel creato (qui il suo sito). Un desiderio che si trasforma in tensione quando vuole cogliere nei suoi ritratti, insieme ai volti, l’anima delle persone. Un lavoro che si è tradotto in una sfida raccolta e un simbolo rinnovato: “Sono andata oltre Eva, soggetto accusato di portare una colpa per l’umanità, avendo morso, secondo le Scritture, la mela della sapienza. Questo morso non le è stato mai perdonato. Ce lo portiamo dietro da millenni”. “Allora – dice, svelando il dietro le quinte di uno dei lavori che considera compendio della sua arte – ho chiamato un operaio mentre lavoravo in fonderia e con il frutto in mano ho detto: Mordiamo insieme questa mela e rompiamo il mito. D’ora in avanti sarà la mela della condivisione”.

L’arte come espressione autentica del sé.

L’arte è il mio modo di fermare quello che mi emoziona e in cui riconosco la parte più profonda di me. Voglio fissare quello che più mi tocca in modo che sia per l’eternità, il mio desiderio è di non far morire quello che amo. Mi emoziona il mistero che sta dentro a ogni cosa del creato, e non mi riferisco a quello che fa l’uomo, che nelle mie rappresentazioni è marginale. Soltanto per il ritratto l’essere umano diviene protagonista, perché non si parla più di persone, ma di anima, di ciò che viene espresso attraverso gli occhi e i segni del tempo. Il ritratto è il mio primo amore perché esprime ciò che sta dentro a ogni persona. Molti dicono che nei miei ritratti colgo l’anima delle persone. Ritengo che l’anima sia molto difficile da prendere perché c’è sempre un’opposizione, una resistenza da parte del soggetto verso chi cerca di penetrarlo. Questa è la lotta durante l’esecuzione del dipinto: tirare fuori quello che c’è dentro è qualcosa che non si può descrivere, una fatica grandissima e un risultato abbastanza sconvolgente da parte di chi lo riceve. La mia è una visione, non deformo, per me deformare la realtà è una violenza, è un’interpretazione che vuole andare oltre l’apparenza.

Che cosa è il mistero di cui parla? 

Il mistero è insito in ogni cosa della creazione e si esprime attraverso la bellezza. Ogni cosa è perfetta, lo è talmente tanto che non si può comprendere. Dalla semplicità di una foglia, un fiore, un insetto emerge la vita e l’amore che vi è dentro, un mistero. Anche la bellezza di un tramonto non si può descrivere, entra nell’animo e stupisce. È un mistero come nasca tutta questa meraviglia. Ho per la creazione un rispetto e un amore grandissimo. La passione che mi ha coinvolta in tanti anni di lavoro è il paesaggio. In particolar modo sono attratta dalla palude, creazione originaria dove tutto è ridotto alla sua essenza, è povero, è acqua, fango, cespugli riarsi e amo dipingerla in controluce perché si intuisce tutta la vita che c’è senza che sia descritta, perché la definizione esaurisce l’oggetto. Le ombre in controluce danno quasi la sensazione di fare sentire i cespugli misteriosi, si capisce che c’è qualcosa da scoprire, con la vita dentro. Poi sono passata alle nature morte, che non avrei mai creduto avessero rilevanza per me, invece, la natura che sta per morire acquista un senso diverso. Quando i fiori o i frutti stanno appassendo e si sta perdendo la bellezza spudorata, subentrano colori misteriosi, lo sfuggire della vita che però si trasforma e diventa qualcosa d’altro che non si sa che cosa sia. Di nuovo il mistero. Sono quadri fortemente emozionali, fatti di luce e di ombre, c’è il residuo, la luce si posa su qualcosa che è bellissimo ma che sfugge. 

Nubifragio in Maremma – Lea Monetti

Pittura e scultura, esperta in tecniche antiche e affresco. Nella vita si è sporcata le mani. 

Anche il naso, la faccia, i capelli (ride ndr). 

Che cosa rappresenta per lei la materia? 

Il mezzo che uso per realizzare il mio pensiero. Diventa la sostanza del mio sentimento. Amo tutto quello che viene usato per portare avanti il lavoro. Ho cominciato la scultura facendo la figura, solo eccezionalmente ho fatto una gatta sirena, un po’ birbante. 

Un altro mio amore è la donna ideale, intesa come la donna eroica. E arrivo col pensiero subito a Eva. 

Perché indagare il tema del femminile?

Nel femminile ha trovato la descrizione perfetta Vittorio Sgarbi, che ha detto che le mie donne si sono liberate dalla schiavitù dello sguardo maschile. Spesso la donna è usata come oggetto del desiderio, il corpo è usato nella sua materialità. Io rifiuto la carne perché è fatta di materia.

La mia scommessa è tirare fuori l’anima.

La nostra essenza è qualcosa di spirituale, la vera essenza della creazione umana non deve risaltare le forme della carne. Attraverso la natura si può tirare fuori il sentimento, il pensiero, l’intelletto, la bellezza che si eleva dal corpo. L’occhio non apprezza le mie donne per quanto possano essere attraenti, ma per la bellezza che tracima la materialità per essere pura, come si riscontra nell’arte vera. Basti pensare alle grandi Veneri dell’arte, la bellezza va oltre. 

Responsabilità condivisa

C’è anche un seguito: sono andata oltre Eva, che mi interessava non come donna ma come soggetto accusata di portare una colpa per l’umanità avendo morso, secondo le Scritture, la mela della sapienza. Questo morso non le è stato mai perdonato. Ce lo portiamo dietro da millenni. Io la mia Eva l’ho rappresentata sempre sopra un mucchio di mele morsicate con un sentimento di stanchezza e insofferenza per questo ruolo che le era stato attribuito. Non ho mai accettato questa colpa data in origine alla donna, piuttosto vado verso la virtù, la conoscenza e l’esperienza. Mentre lavoravo sulle mele di bronzo con questa mia Eva, ho realizzato che quello che mi interessava non era fare la figura della donna, il mio soggetto era la mela. Ho capito che era quello il punto per me, la mela della colpa. Allora ho chiamato un operaio che era in fonderia – stavo lavorando il bronzo – ho preso una mela e ho detto: “Mordiamo insieme questa mela e rompiamo il mito. D’ora in avanti sarà la mela della condivisione”. E ho creato così il primo prototipo della mela condivisa che rappresenta tutti gli ideali umani. La mela è il sogno di ognuno, si pensi alla ‘grande mela’, è l’aspirazione condivisa.

Non più un morso unilaterale, come è sempre stato immaginato fino a ora.

Nessuno mai ha osato toccare questo mito che ha passato attraverso i millenni e che racconta di una mela sempre morsa da una parte soltanto. Questa che sembra l’opera più semplice, credo che sia il compendio del lavoro di tutta la mia vita. Dentro di me c’è stato sempre questo sentimento di ricerca dell’amore, purezza e condivisione. Io volevo dipingere e creare per condividere un sentimento affinché non morisse. 

Chi è Eva e quale simbolismo vuole sdoganare? Perché ha accompagnato la mela con la parola condivisione?  

È condivisione della responsabilità, del bene e del male, di tutto. Ma anche condivisione di ogni bene e aspirazione umani. L’amore assoluto che va oltre il genere. 

L’opera d’arte è un’opera condivisa: nasce da chi la crea e chi la fruisce la fa propria.

Lo dice anche Oscar Wilde, ognuno si impossessa dell’opera a modo suo, seguendo il suo pensiero e se stesso. L’opera una volta realizzata non appartiene più all’artista. Io penso all’opera, la amo, la accarezzo, la porto al punto in cui penso sia rappresentata completamente e poi non è più mia. In particolare, questo avviene con le opere sacre, che vengono adorate dai fedeli. Anche qui per me nasce lo stupore. 

Il femminile è un tema che alberga in ogni individuo, così come il maschile. Se dovesse fare una scultura che rappresenta il femminile nel maschio? 

Ho realizzato nel tempo del lockdown, mentre ero sola in 40 metri quadri e con poca argilla a disposizione, un narciso, che si specchia nell’iPhone. 

Con i due morsi della mela ha voluto raccontare di Eva libera dal peccato. Come è questa nuova Eva?

Come intendo io la donna, colei che regge il mondo. Le leggi e le leggende le hanno create gli uomini: la donna all’origine era la grande madre rispettata, poi a un certo punto è stata regolamentata attraverso religione, leggi, il potere femminile è sparito nelle narrazioni a favore di uno maschile. Chi ha il compito di creare la vita è la donna, chi tiene le redini della famiglia è la donna. La procreazione appartiene all’elemento femminile in tutta la natura, fatte salve rare eccezioni. La donna ha una sacralità che sento di rispettare.

Laocoonte Madre

Che cosa è il talento per lei?

 Un dono. Per chi lo subisce è anche una condanna, perché se non lo segui ti trascina, ti fa star male. È una condizione di grazia, di necessità. Se non si segue la vocazione si sta male, allo stesso tempo non è facile seguire il proprio ‘daimon’, può portare a grandi difficoltà anche solo per poterla applicare. Ancora di più quando si parla di una vocazione artistica. All’artista si contrappone il mercante, e l’artista non è un mercante. In genere non si dà valore a quello che si fa, perché non sempre si è consapevoli della grandezza. Quando ultimamente ho realizzato Laocoonte Madre ho vinto la scommessa: la mia creazione è stata riconosciuta in grado di stare accanto alle grandi opere. L’ho osservata esposta dopo tanto tempo che non la guardavo. E quando mi sono voltata verso la mia Laocoonte, chi me l’ha commissionata ha detto: “L’hai guardata come una nemica”. È vero, perché cercavo i difetti che poteva avere. Non la guardavo con amore. Si cerca sempre di capire dove si poteva andare un po’ più in là e questo non dà felicità, perché non si raggiunge mai l’ideale. Anche quando si ottengono risultati alti, si pensa cosa si poteva o si potrà fare di meglio. È un orizzonte che non si raggiunge mai.  

Ci sono tanti musei digitali, l’arte richiede un contatto diretto? 

Ora si sta verificando un modo di realizzare le opere attraverso il digitale del tutto nuovo. Questo è un punto interrogativo. Come si è detto, l’artista si confronta con il mercante e con il mercato quando crea professionalmente. Allora sono subentrati modi meccanici per superare le difficoltà della creazione, dove la materia non viene più toccata dall’artista. Prendere la materia, modellarla, plasmarla e realizzare quello che vuoi è un discorso, altro è fare ricorso alla tecnologia. 

Le opere oggi vengono realizzate seguendo un’idea, ma al computer. La maggior parte dei fruitori non distingue tra un’opera e l’altra, non fa differenza. Ci sono sul mercato creazioni bellissime che sono state fatte semplicemente con il laser, con una macchina che gira intorno al soggetto. In quel modo si aggira la realtà. Ci sono composizioni fatte a computer e realizzate dalle macchine. Sono opere digitali. Si perde il contatto con l’artista.  

La realtà è vita 

Queste nuove tecniche privano l’artista della felicità del fare.
Personalmente vivo per quel momento in cui sono davanti alla tela, che è qualcosa di vivo e c’è un dialogo che nasce fra me e il soggetto che porto avanti. La bellezza per me è quella, non nell’opera finita. Il momento bello è quello in cui lavori e può nascere l’opera che hai in grembo, che è viva. Se si perde questo contatto, diventa altro. Ma d’altra parte si sta entrando in un mondo che perde l’anima. Tutto questo ci priva delle emozioni che si vivono, della realtà alla quale io sono estremamente legata.

La realtà è la tua sfida, l’ispirazione, il confronto, è la vita.

Tutto il resto è finzione, e al contrario della vita è morte, uno stato grigio dell’essere in cui non si sa più chi si è. Essere fuori dalla realtà significa essere fuori dalla vita. 

Come è possibile secondo lei avvicinare i giovani a pittura e scultura? 

Qualcuno mi dice che se Michelangelo fosse vissuto oggi forse avrebbe utilizzato le tecniche contemporanee. Sì, ma per fortuna Michelangelo è vissuto a quei tempi e le sue opere le ha realizzate sulla sua pelle, sulla sua sofferenza, mettendoci dentro tutta la sua capacità fisica psichica e mentale. Queste sono le conquiste dell’uomo, il resto sono avanzamenti della tecnica. Mi dispiace che venga perso quel godimento che le persone della mia generazione hanno potuto vivere, mi auguro ci sia un recupero, che può essere anche di una certa parte di sofferenza, che diventa poi conquista e realizzazione.  

Che cosa è per lei il Quoziente Humano?

La parte spirituale, il valore dell’uomo. Se togliamo il quoziente umano cosa rimane? L’animale uomo. 

Leggi anche:

Da Napoli musica e donne per ricreare una geografia di valori

Riaprire un teatro per rispondere alla nuova umanità

+ posts

Giornalista, consulente alla comunicazione positiva e allo sviluppo individuale e dei gruppi attraverso strumenti a mediazione espressiva. 20 anni di esperienza in comunicazione aziendale.

Zeen is a next generation WordPress theme. It’s powerful, beautifully designed and comes with everything you need to engage your visitors and increase conversions.

Newsletter
Iscriviti alla newsletter di Humaneyes comunicare positivo e del suo canale di informazione Quoziente Humano. Segui il link verso il form di registrazione!