Arianna Porcelli Safonov
Arianna Porcelli Safonov

Quando la satira ci rende (intellettualmente) sani

Allena il senso critico in sé e in chi l’ascolta e stimola al ragionamento attraverso una denuncia in chiave comica della realtà che viviamo. Scrittrice, autrice e performer, Arianna Porcelli Safonov (ora in tour nei teatri e sui crinali dell’Appennino https://www.ariannaporcellisafonov.com), con la sua arte parte dall’osservazione dei fatti, ne esaspera l’aspetto patologico e costruisce intorno a essi una narrazione agrodolce e puntuale. Romana di origini russe racconta il mondo che viviamo attraverso la lente dell’ironia, la sua è una satira che senza sbavature fende l’attualità con la precisione di un bisturi e l’eleganza della logica del pensiero.  
Con lei abbiamo discusso di cultura, spirito critico e responsabilità: elementi necessari a orientarsi nello spazio del presente, punti cardinali per dirigersi verso il futuro. 

Esiste una responsabilità della critica? Se sì, qual è il valore aggiunto? 

Quella del critico è professione di grandi responsabilità: prima di tutto c’è quella di non rendersi antipatico, che invece sembra sempre più un obiettivo raggiunto! La critica è facoltà intellettuale che ci rende capaci di esaminare e valutare cose, opere e persone, non di sminuirle o di rovinarne l’oggetto. 
Una differenza sostanziale che in Italia si perde di vista, perché, come tutti i Paesi in difficoltà sociale, pensiamo che affossare qualcuno ci permetta di emergere. 
Per me il valore aggiunto della critica sta nel riuscire a produrre un report di qualcosa o di qualcuno fingendo che l’oggetto o il soggetto criticato provenga da noi, prima ancora di chi lo ha prodotto: in questo modo, forse, ne avremo la giusta cura. Ci sono poi delle produzioni e delle persone che non meritano cura, perché radono al suolo il bello con le loro schifezze: a quel punto sarà il semplice esame critico e il buon senso del pubblico a fare il resto. Faccio un esempio rozzo ma incisivo: qualche tempo fa, ho visto su un canale tv a pagamento, un programma in cui una ragazza era chiamata a scegliere fra un gruppo di ragazzi nudi con la faccia coperta il suo preferito. 
Quando il prescelto veniva chiamato si illuminava la scenografia che lo conteneva, immaginatevi una struttura in plexiglass che riproduce la confezione storica della Barbie e giustamente anche di Ken. 
La ragazza dava poi la motivazione della sua scelta con precisione e freddezza, con delicatezza, sapendo di avere davanti un uomo completamente nudo in diretta tv. 
Ecco, quello è un utilizzo virtuoso della critica che diviene uno strumento che conta più sulla delicatezza che sul supposto senso di superiorità che però, con grande franchezza, io mi sentirei di utilizzare se dovessi criticare quel programma, che spero nel frattempo abbia chiuso. 
Ma per fortuna, io di mestiere non faccio la critica. 

A questo proposito, l’artista ha in quanto tale una responsabilità nei confronti del pubblico? 

Dipende di quale arte si occupi; credo che l’arte figurativa, in cui inserisco volentieri anche la moda e la danza, non debba render conto al pubblico perché è il frutto espressivo dell’artista e del suo rapporto con tutti i meccanismi immaginari e sensibili; dopodiché arriva il pubblico e ne fruisce sapendo che quell’opera è nata da un incontro avvenuto senza di lui. 
Quando parliamo invece di scrittura, la faccenda si complica perché le parole difficilmente vengono ascoltate senza che si rifletta sul fatto che siano o meno i pensieri di chi le ha prodotte. Tante volte leggiamo o ascoltiamo qualcuno, specialmente in rete dove siamo più che reattivi al giudizio e pensiamo: “Ma davvero pensa questo?!” 

Nella maggior parte dei casi, no. In alcuni casi, sì. 

Perciò mi piace la scrittura: mi piace nella misura in cui confonde il lettore e lo induce a ricercare un proprietario di quel pensiero e quando si accorge di esser lui stesso, il proprietario di quel pensiero, ecco che l’arte della scrittura è stata utile. 

Come ha affrontato il periodo legato al covid e come ha usato in questo tempo la sua arte?

L’ho affrontato da persona sana: ho smesso quasi da subito di leggere i giornali, guardare la tv e ascoltare persone a me vicine che riportassero i fatti provenienti da questi strumenti. 
Già prima del covid avevo uno stile di vita piuttosto riservato, quindi non ho sofferto per la mancanza di feste, semmai ho patito vedendo che i diritti base non siano stati rispettati dal nostro governo e che dalla pandemia svariati soggetti abbiano guadagnato a differenza del nostro sistema sanitario. 
In generale, nel mio lavoro sono rimasta ai tempi del liceo in cui ogni scusa è buona per procrastinare o divincolarsi, quindi il covid è stata spesso una scusa per impigrirmi e ingrassare, che è esattamente ciò che immagino volessero da noi.
Ora mi piacerebbe vendicarmi di questo tempo, con la mia scrittura. 

Cultura, scuola, sport: questi 2 anni hanno inciso molto sugli ambiti di sviluppo della persona. Che cosa ne pensi? 

Penso ciò che immagino pensino tutte le persone che lavorano in questi tre settori che anche prima della pandemia sono sempre stati considerati non indispensabili. Sa perché?

Perché sono i tre settori che contribuiscono alla formazione di persone sane e intellettualmente utili allo sviluppo di un Paese. 

Perché fare satira sociale? 

Perché non la fa nessuno. Non ho concorrenza. (Per approfondire il tema leggi anche Liberi di ridere)

Fiabafobia indaga sulle fobie che accompagnano la nostra vita. Trasformare la paura con il teatro. 


Piuttosto, svelarla. Squarciare il velo che ci impedisce di fare semplici addizioni e di comprendere quanto la paura sia, perlomeno da quarant’anni, un potentissimo timone sociale.

In Fiabafobia si ride delle paure più assurde che abbiamo collezionato assieme alla nostra evoluzione: la paura di volare, quella dei ragni, quella dei musulmani e poi della mucca pazza, di Chernobyl, della pandemia, degli uomini, della monogamia, della religione e molto altro di pauroso che depotenzia le nostre azioni e la nostra personalità. 
E la cosa più assurda è che sia un monologo comico! 

A chi si rivolge con la sua arte? In questi due anni come è cambiato il pubblico? 

In questi due anni ha preso forma un fenomeno molto strano, divertente ma inquietante: ogni mio monologo ha iniziato a dover essere per forza catalogato dentro a gruppo sociale a cui avrei dovuto appartenere: moltissime persone hanno guardato i miei contenuti scrivendomi “Ah! Mi hai delusa, non pensavo fossi No-Vax, fascista, del PD, lesbica, omofoba, serva del potere, amica dei complottisti, cattocomunista, radical-chic!” 

Mai come in questi due anni abbiamo sviluppato il virus della catalogazione: abbiamo bisogno di inserire ciascuno in una casella precisa altrimenti ci sentiamo sperduti. 

L’artista dà e riceve molto. C’è stato un momento in cui è mancata la relazione con il pubblico? Se sì, come ha gestito questa situazione?

Mi è mancata nel momento in cui è stata proibita. 
Non ho gestito la situazione, l’ho subita. 

Definisce il suo blog il quartier generale dove vengono fabbricate le invettive’. Ci racconta come vive questo spazio? 

Esattamente così. Il blog è fra le tante cose fuori-moda che apprezzo: è uno spazio libero da un distributore che ti dice di cosa e di chi scrivere, è uno spazio dove la provocazione non è illegale. Madame Pipi è nato nel 2008 mentre vivevo a New York ed ancora oggi trova posto nel mio cuore come il contenitore più adatto a tutto il mio lavoro. 

Lo spazio del teatro è stato rimodulato spesso in questo periodo. Al contempo molti artisti hanno portato il teatro nello spazio fuori… 


Più che una rimodulazione è stata una tecnica di sopravvivenza, ma benvenuta! Sono due anni che giro l’Appennino Settentrionale con “Fottuto Appennino”, un ciclo di trekking in cui mentre si cammina e leggiamo il mio primo libro ‘Fottuta Campagna’. 

Inizialmente pensavo fosse un semplice piano B per consentire a chi fosse sprovvisto di Green-pass di poter godere almeno di un reading, ma poi si è trasformata in un’esperienza umana senza precedenti! 

La selezione naturale fra le persone che intervengono, il silenzio nei boschi anche se si cammina in 100 – 120 persone, l’incontro ravvicinato con il pubblico, le amicizie che nascono: una rimodulazione divenuta irrinunciabile per me. (Per approfondire l’argomento leggi anche qui)

Il suo è un linguaggio puntuale, che non utilizza facili escamotage di sostanza e di forma. Questa ricercatezza della parola la applica anche in un contesto, come quello dei social, dove spesso, soprattutto attualmente, c’è una maggiore superficialità. Che mondo vuole raccontare il suo linguaggio? 

Il mio è solo un tentativo di utilizzare la lingua italiana prima che le nuove generazioni se la dimentichino.
La nostra lingua è bellissima e ci si possono fare tantissime cose, anche insultare con stile, che comunque ha ancora il suo fascino. 

Che mondo sta creando il linguaggio che si sente in giro? 

Un mondo approssimativo, superficiale, fintamente inclusivo, un mondo che ci farà stare tutti più comodi, tutti più soli, in mezzo a un sacco di gente cool. 

Spostiamoci avanti, in un tempo in cui i teatri sono aperti a tutti. Che spettacolo proporrebbe? 

Lo scriverò apposta, si chiamerà Sopravvivere al proprio paese. 

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