Bill Niada

Oltre la malattia, ragazzi al centro dell’impresa sociale Il Bullone

Negli anni Ottanta l’economista e filosofo indiano Amartya K. Sen, nei suoi studi sulla povertà, introduce il concetto rivoluzionario del capability approach, l’approccio delle capacità: secondo Sen le disuguaglianze economiche e più in generale quelle sociali, come dirà più avanti la filosofa americana Martha Nussbaum, non sono dovute alla mera distribuzione di opportunità ma alla possibilità del singolo di ricavarsi strade alternative, di far emergere le proprie capacità. Ne consegue un radicale ripensamento: agire in termini di capacità umane non significa semplicisticamente riconoscere a qualcuno un diritto, ma fare in modo che quel diritto sia davvero praticabile.

La cornice epistemologica è d’obbligo per inquadrare l’attivismo di Bill Niada, imprenditore sociale e fautore della Fondazione B.Live Ets, una realtà milanese che si occupa di dare una chance lavorativa a ragazzi affetti da gravi patologie croniche. In una congiuntura storica in cui parole come diversità e inclusione sono entrate a pieno titolo nell’agenda politica (si pensi alla misura specifica del Pnrr che mira a incentivare l’autonomia delle persone con disabilità), approcciare la malattia e le barriere sociali a essa connesse non più in chiave assistenzialistica ma proattiva, significa approdare a una forma di welfare a tutto tondo, connessa alla dignità umana. 

Figlio di industriali, Bill Niada naviga nel mondo delle imprese da quando aveva vent’anni. Un percorso lineare segnato da una drammatica burrasca, la perdita della figlia Clementina per un male incurabile. Di qui l’idea di creare la Fondazione Magica Cleme, onlus che si occupa di offrire attività ludiche e ricreative a chi vive la durezza di una malattia importante. Ma questa è solo l’inizio della sua avventura. 

Il tragediografo Euripide ha scritto che il dolore è una forma di apprendimento. Questo lascito della cultura classica è ancora attuale in una società che sembra aver bandito la sofferenza, come ha detto Byung-Chul Han?

Mi sento quanto mai vicino alle parole di Euripide. Con la morte di mia figlia sono passato attraverso un’esperienza dolorosa e, al tempo stesso, illuminante. Dopo un calvario durato anni, tra ospedali e cure mediche, la nostra Clementina ci ha lasciati dandoci delle precise istruzioni: riuscire a guardare al di là del dolore. Ce l’ha comunicato con un oggetto fatto da lei, un cuore con un cerotto che sorride, un’immagine fortemente simbolica che ha dato l’impulso alla mia trasformazione da imprenditore.  È stato allora che ho deciso di trasformare una delle mie azienda, la Fifty Factory Store, la prima catena di outlet italiana, in un’impresa sociale. Grazie al coinvolgimento di amici imprenditori, viene fondata nel 2012 Near che, attraverso la Fondazione Near Onlus, devolve per statuto una percentuale di risorse economiche a favore di progetti sociali utili al territorio. È stata una delle prime Social Business Company italiane sbocciata in un periodo in cui parlare di imprese sociali era considerato pionieristico. Per le prime leggi sul non profit bisognerà aspettare il 2017.

Da questo impegno nasce la Fondazione B.Live, che fa un passo ulteriore: non si limita a fare dei ragazzi gravemente malati dei beneficiari passivi del non profit, ma vuole abbattere le mura ospedaliere trasformando i giovani pazienti in persone in grado di agire. In che modo?

A monte di tutto c’è un progetto che inizialmente aveva lo scopo di guidare i giovani nel loro percorso di malattia, aiutandoli a scoprire la propria forza interiore e ad incanalarla in qualcosa di potente e creativo come una collezione di moda, realizzata insieme alla stilista milanese Gentucca Bini. B.LIVE divenne così un brand il cui nome, scelto da quegli stessi ragazzi, racchiudeva in sé i tre significati di “be” (essere), “believe” (credere) e “live” (vivere). Tra B e LIVE i ragazzi scelsero di mettere un bullone, simbolo di forza e unione e che è diventato prima il nostro marchio, poi un giornale e infine il nome del nuovo progetto della fondazione.

Chi sono e da dove vengono i ragazzi del Bullone?

Da varie realtà ospedaliere di tutta Italia. Hanno un’età che va dai 18 ai 30 anni. Alcuni sono tuttora in cura perché affetti da gravi patologie, altri ne sono usciti dopo un percorso travagliato, che ha lasciato delle cicatrici interiori. Per tutti loro sarebbe stato difficile inserirsi in contesti lavorativi ordinari, avrebbero rischiato l’emarginazione e, invece, hanno trovato un habitat professionale in cui crescere ed esprimere il loro potenziale. Le anime editoriali di Bullone Fondazione sono due, da un lato c’è la testata giornalistica, nata in collaborazione con il Corriere della Sera, dall’altro un servizio di comunicazione aziendale specializzato su temi come la diversità e l’inclusione.

La legge impone alle grandi aziende di trattare temi che rientrano nella cosiddetta diversity and inclusion. Come è possibile veicolarli senza scadere nel luogo comune?

A volte notiamo che alcune aziende tendono a voler enfatizzare l’attenzione alla diversità, raccontandola in modo stereotipato. I nostri ragazzi, che hanno il vantaggio di aver vissuto sulla loro pelle l’esclusione, sanno riportare l’equilibrio nella comunicazione sociale. Altre imprese, al contrario, hanno paura di esporsi, di mettere in risalto ciò che di inclusivo fanno sul campo e in questi casi ci preoccupiamo di far emergere storie e progetti che altrimenti rimarrebbero nell’ombra. Far emergere ciò che è nascosto è stato anche il tema di In-visibile, il primo festival del Bullone andato in scena lo scorso ottobre. 

Come pensate di continuare a sviluppare il tema dell’inclusione dei ragazzi malati nel mondo del lavoro?

In cantiere c’è la realizzazione di un film il cui teaser andrà al Giffoni Film Festival e la cui sceneggiatura sarà scritta insieme ai nostri ragazzi. La storia racconta l’amore tra Alice, che lotta contro l’anoressia, e Luca, alle prese con un vecchio tumore. Si affronta però anche il tema dell’inclusione lavorativa. 

“Pensare. Fare. Far pensare” è il payoff del Bullone. Al di là dei pregiudizi culturali, cos’è che, secondo lei, ostacola questo processo proattivo?

Quando passeggio mi piace osservare la gente e spesso la vedo incollata agli schermi del cellulare. Per scelta ho un telefono di vecchia generazione, scollegato da internet. Non uso i social perché questi ti portano ad essere attore passivo. Preferisco pensare, riflettere, leggere. Io preferisco fare anziché rimanere a guardare. 

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Giornalista pubblicista dal 2013. Abruzzese trapiantata nella Tuscia dove insegna materie letterarie negli istituti superiori.

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