Il paracadute / Sincronicità senza spettatore, il mondo che fa rima da solo

Capita questo: due eventi si “accordano” come note che risuonano insieme, anche quando nessuno sta lì a cercare significati. Una notizia che arriva proprio quando si sta leggendo un tema simile, un oggetto che ricompare in giorni diversi con la stessa forma, una frase ascoltata per strada che sembra la risposta a una conversazione di mezz’ora prima. Non c’è per forza coinvolgimento cosciente, non c’è neppure il classico “ci stavo pensando”, eppure si percepisce un’asincronia che diventa assonanza.

Qui vale la pena distinguere due piani, perché altrimenti si litiga con sé stessi. Il primo piano è psicologico: la sincronicità come esperienza di significato. Jung la definisce “principio di connessione acausale”, cioè un legame non spiegabile con la catena causa effetto, in cui un evento interno e uno esterno risultano collegati dal senso. Il secondo piano è più ambizioso: l’idea che esista una trama di corrispondenze nella realtà stessa, una sorta di ordine non riducibile alla causalità classica, e che la psiche, a volte, lo intercetti. Nella discussione con Pauli compaiono parole come unus mundus e “fattore psicoide”, che provano a nominare un territorio di confine tra mente e materia. È una proposta teorica, non un fatto dimostrato in senso scientifico, ma spiega bene perché alcuni parlino di “assonanza sincronica” anche senza coinvolgimento cosciente.

Detto questo, il punto pratico resta: non è la coincidenza a comandare, è la lettura che se ne fa. Qui entra la valutazione mentale immediata, quella cosa che in psicologia si chiama spesso “appraisal”, detta in italiano: la mente, in un lampo, decide che cosa significa un evento per la propria vita. Minaccia o opportunità, perdita o guadagno, controllo o impotenza, conferma o smentita. Da quella valutazione nasce l’emozione.

Saper gestire le emozioni per aiutare il pensiero

E qui si vede la differenza tra emozione e intelligenza emozionale.

L’intelligenza emozionale non è “sentire forte”, è una competenza: riconoscere bene ciò che si prova, capire perché si prova, usare quell’informazione senza farsene trascinare, collegare il dato interno a un controllo di realtà. Nel modello di Mayer e Salovey c’è proprio questa idea: percepire, usare, comprendere e gestire le emozioni in modo che aiutino il pensiero invece di sabotarlo.

Ora, quando arriva un’“assonanza sincronica”, che cosa farne senza diventare superstiziosi o cinici? Un modo pulito è trattarla come un doppio segnale, con due domande diverse.

La prima domanda è esterna: c’è davvero un legame nel mondo, oppure sto solo vedendo una forma nel rumore? La mente umana è bravissima a costruire connessioni, a volte troppo, ed esistono parole precise per questo, apofenia e simili. Qui serve attenzione desta, cioè la capacità di non premiare ogni scintilla con una storia epica.

La seconda domanda è interna: a che cosa risponde questa assonanza dentro di me? Perché proprio questa coincide con un certo stato, con un certo tema, con un certo nodo emotivo? Anche se l’evento fosse “oggettivamente” neutro, la risonanza può essere utilissima come indicatore, non come prova cosmologica.

Scelte piccole e reali

Il passaggio delicato è questo: non trasformare un’esperienza di senso in una legge universale fondante. Jung stesso colloca la sincronicità come ipotesi di principio, non come un permesso a spiegare tutto con “era scritto”. Se si scivola lì, l’assonanza diventa dipendenza interpretativa: ogni cosa rimanda a ogni cosa, e la realtà finisce per sembrare un rebus costruito solo per noi, che è comodo, ma di solito è anche falso.

Un criterio semplice per restare lucidi: una sincronicità matura non chiede fede, non chiede urgenza, non chiede di bruciare i ponti. Chiede qualità di attenzione e una scelta piccola ma reale. Se dopo l’evento la mente diventa più chiara, più sobria, più capace di vedere, allora quell’assonanza ha lavorato bene. Se invece produce solo eccitazione, paranoia, o la corsa a “leggere segni” ovunque, allora non era una porta, era solo un distributore di adrenalina travestito da mistero.

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(Sauro Tronconi è anche su Substack)

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Filosofo, antropologo e ricercatore, conduce da più di 30 anni corsi e seminari.

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