“Gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce”
(dal Vangelo di Giovanni 3,19)
La domanda non è come possano convivere nell’uomo amore e guerra, musica e massacro, carezza e ferocia. La domanda vera è perché ci si ostini ancora a fingere che una delle due metà sia un incidente. Non lo è.
L’essere umano non è buono corrotto da qualche deviazione esterna, né cattivo per natura in modo semplice e lineare. È una creatura capace di legame, empatia, costruzione simbolica, ma anche di aggressione organizzata, freddezza morale, godimento del dominio.
Questo spiega solo una parte. Il resto è peggiore.
Non tutta la violenza nasce da un’esplosione cieca. Una quota della violenza è lucida, contabile, persino metodica.
Se vince il disimpegno morale
La ricerca distingue da tempo tra aggressività reattiva, che scatta nella rabbia o nella minaccia percepita, e aggressività proattiva, che usa il danno come strumento per ottenere vantaggio, status, potere, premio. In altre parole, si può colpire perché si perde il controllo, ma si può colpire anche perché il cervello valuta che convenga. Quando l’aggressione promette un guadagno, materiale o simbolico, molti la chiamano realismo. È solo barbarie ben vestita.
Il passaggio decisivo avviene quando l’altro smette di apparire come un altro. Qui entrano in scena il disimpegno morale e la deumanizzazione. Prima si cambia il linguaggio, poi cambia il permesso interiore. L’avversario diventa parassita, feccia, animale, ostacolo, statistica.
A quel punto ferirlo pesa meno, o addirittura sembra giusto. La letteratura scientifica è chiara: deumanizzazione e disimpegno morale sono associati all’aggressione e aiutano a spostare il male dalla sfera del divieto a quella della legittimazione. L’orrore non comincia con il sangue, comincia con una frase detta bene.

Eppure la stessa specie che inventa il campo di sterminio inventa anche la fuga di Bach, l’icona, il tempio, il romanzo, la geometria sacra, la tenerezza per un figlio addormentato. Non è una contraddizione rassicurante, è il problema.
La musica intensa può aumentare comportamenti altruistici, e l’esperienza del piacere musicale è legata anche all’empatia. Questo vuol dire che nell’uomo esiste davvero una via di apertura all’altro, non una favola edificante.
Il punto è che tale via non elimina il suo opposto. La commozione estetica non rende innocenti. Si può piangere ascoltando un adagio e poi tornare a essere feroci appena si sente minacciato il proprio piccolo regno. Per questo la retorica sul progresso morale automatico fa sorridere, e non per allegria. I dati recenti sui conflitti mostrano che il problema non è affatto alle spalle.
D’amore e di violenza
Il 2024 ha registrato 61 conflitti armati tra stati o con coinvolgimento statale, il numero più alto dal 1946. Oltre 240.000 morti legate a eventi di conflitto nei dodici mesi fino a fine novembre 2025. La Geneva Academy ha definito il biennio 2024-2025 devastante per i civili e vicino al punto di rottura del diritto umanitario. Dunque no, non si sta parlando di un difetto dell’uomo antico.
Si sta parlando dell’uomo contemporaneo, connesso, istruito, digitalizzato, e ancora perfettamente capace di scegliere le tenebre con ottima banda larga.
La verità nuda è che amore e violenza non convivono in noi come due ospiti occasionali. Sono due possibilità strutturali. La civiltà serve a poco se non rende visibile il punto in cui l’affetto si rovescia in possesso, la rabbia in giustizia privata, il dolore in vendetta, il piacere in dominio. La scelta esiste solo dove il contrasto è riconosciuto.
Per non vivere da bruti
Chi non vede la differenza tra luce e tenebra non sceglie, scivola. E quasi sempre scivola verso ciò che lo favorisce, lo protegge, lo assolve. “Pro domo mea” è il latino elegante di una miseria molto comune.
Il cosiddetto “vivere da bruti” non è un’esagerazione morale. È il funzionamento ordinario dell’automatismo quando manca discernimento.
Vuol dire ridurre il mondo a estensione del proprio appetito, usare idee nobili per coprire impulsi rozzi, chiamare necessità ciò che è convenienza, chiamare identità ciò che è paura. L’uomo fa questo da millenni. I mistici lo avevano intravisto, i filosofi lo hanno descritto, la psicologia lo ha misurato, la storia lo ha seppellito sotto montagne di cadaveri.
Manca ancora una cosa sola: smettere di raccontarsi che il bruto sia sempre l’altro.
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(Sauro Tronconi è anche su Substack)
Filosofo, antropologo e ricercatore, conduce da più di 30 anni corsi e seminari.



