don Gino Rigoldi

Don Gino Rigoldi: “Insieme per un futuro che parli ai giovani”

“Possiamo sempre ricominciare”. Dall’altro capo del telefono don Gino Rigoldi riassume in questa frase il significato della parola fiducia. “Quando incontro un problema la prima cosa che mi viene in mente è ‘come si fa a risolverlo’. Non capita mai di mettermi in un angolo a piangere e dire ‘oh, mondo crudele!’. Cerco di agire quel poco o tanto che si può, meglio se insieme con altri che da solo”. Nato a Milano 80 anni fa (il 30 ottobre è il suo compleanno ndr), don Gino è un prete che ha fatto della sua vita un esempio di amore, nel segno della chiarezza e della solidarietà. Da quasi 50 anni è cappellano dell’Istituto Penale per minorenni del capoluogo lombardo Cesare Beccaria, si è confrontato con migliaia di giovani fragili, disillusi e arrabbiati e ha offerto loro il futuro come scelta possibile. A capo della Fondazione Don Gino Rigoldi e presidente delle associazioni Comunità Nuova e BIR, don Gino si impegna in progetti che aiutino concretamente i minori, i giovani e le famiglie italiane e straniere, per offrire loro un posto in società, costruendo ponti tra gli ultimi e i primi. In attesa di adottare il quarto figlio – “è scappato, ma appena ritorna riavviamo le pratiche”- , don Gino accoglie e si prodiga, e coltiva per i suoi ragazzi il sogno di un domani migliore. 

Dopo il lockdown e le vacanze estive ci si trova davanti a una nuova ripartenza: la scuola fatica a ricominciare e così anche altri settori della vita economica e sociale del Paese. Sembra ancora maggiore la necessità che profit, no profit, mondo laico e religioso debbano dialogare…

Se profit e non profit vogliono sopravvivere, devono fare un piccolo esame di coscienza, muovendosi in una visione di futuro diversa che parli ai giovani. La comunicazione è determinante, anche quella rivolta al mondo imprenditoriale e ai cittadini. Possiamo dire a questa Italia un po’ confusa che si può cambiare, si possono fare cose belle, avremo forse bisogno di imparare linguaggi nuovi, fare esperienze diverse, ma possiamo costruire e ricominciare, possiamo inventare. Insieme avremo certamente più forza e intelligenza.
Anche questo rilancio di fiducia concreto ritengo sia dovuto. 
Per quel che riguarda la Chiesa, credo abbia un grandissimo problema di comunicazione, che è triste, minacciosa e colpevolizzante. Occorre che si ricominci a immaginare di essere credente non in un crocifisso, ma in un Cristo risorto che è stato crocifisso e a parlare una lingua non esoterica come quella della liturgia, altrimenti le chiese, che adesso sono vacanti a causa del covid, diventeranno sempre più vuote. 

Diffondere cultura della solidarietà e sostenere progetti e servizi che rispondano ai bisogni di quella parte di gioventù che non ha gli stessi strumenti e le stesse condizioni di partenza dei coetanei più fortunati è il bisogno da cui è nata Fondazione Don Gino Rigoldi nel 2015. Perché oggi più che mai è necessario dare attenzione ai giovani?

I giovani hanno bisogno di attenzione, perché non si cresce mai da soli, ma sempre con qualcuno. Il mondo va veloce e la confusione sotto il cielo è grande, tutto è frazionato. C’è un grande cambiamento nel modo di vivere, e che una ragazza o un ragazzo siano smarriti è possibile. Parliamo dei giovani, dovremmo incominciare dagli adulti: anche loro dovrebbero avere tanta più capacità di fare sintesi e di trasformarsi in silenzio davanti a se stessi. Bisogna che gli adulti affrontino con grande serietà tutto quello che si fa con i giovani, per orientarli professionalmente ma anche moralmente ed eticamente. Occorrono persone che abbiano la passione e la capacità di capire e imparare. È magnifico crescere liberi insieme e stimolare l’indipendenza. Lavoriamo sui gruppi di persone perché diventino insiemi, non solo di lavoro ma anche di relazione, perché è questa che moltiplica le energie.

Tra i progetti di Fondazione Don Gino Rigoldi c’è Credito al Futuro,  con uno stipendio di 600 euro per 4 mesi tramite carta di credito ricaricabile erogata da Banca Intesa ai ragazzi in uscita dal Carcere, e Una Casa per ricominciare, con cui insieme al Fondo Pensione per il Personale Cariplo sono stati messi a disposizione due appartamenti a Milano per giovani coppie con un componente in uscita dal percorso penale. Quali altre novità in cantiere?

Lavoriamo sui percorsi di formazione professionale. È di questi giorni un’iniziativa bellissima. Ho riunito una decina di gruppi storici del privato sociale di Milano e Torino per dire: “Signori, insieme dobbiamo ragionare su che cosa insegnare a questi ragazzi, con attenzione alla richiesta attuale del mercato e alla domanda futura. Facciamo rete per diventare sempre più sofisticati e competenti, per fare in modo che questi ragazzi trovino delle risposte che vadano oltre la solita borsa lavoro o il breve tirocinio”. Insieme abbiamo la possibilità di offrire un migliaio di posti di formazione, metteremo a fattore comune le nostre competenze ed esperienze. Se una persona o un gruppo di persone riconosciuti per la loro storia possono diventare un richiamo all’unità, la gente risponde. Ho trovato il mondo del sociale molto disponibile, perché a essere credibili si riesce a suscitare fiducia.

È nato e vissuto a Milano. La sua esperienza è quella di una città pronta ad accogliere e offrire una seconda possibilità? Cosa succede adesso che anche Milano si trova a dover affrontare un cambiamento sostanziale nel modo di vivere le relazioni tra persone? 

Con le chiusure e tutte le limitazioni avute, sono emerse le difficoltà. Per fare un esempio,  insieme con altri al Giambellino (quartiere milanese ndr) stiamo dando da mangiare a 850 famiglie che hanno perso il lavoro o i cui componenti hanno un impiego precario. Facciamo pura beneficenza. Con la chiamata alla collaborazione la solidarietà è stata forte, soprattutto i giovani sono stati tanto presenti, gli adulti un po’ meno. Pare che la parte più bella sia sempre quella giovanile. Questa città incomincia ad avere dei poli di crescita: le persone si organizzano nel loro quartiere, fanno teatro e attività comunitarie, utilizzano terreni a uso di orti sociali. Mi pare sia una città che qua e là si stia risvegliando: quello che dovremmo implementare noi tutti è la maniera per collaborare. Mettiamoci insieme. Questa possibilità c’è. Sarà un lavoro duro, perché è una città impaurita che economicamente ha sofferto molto, abituata finora a un ritmo di vita e di risorse importanti. Prima che diventi avventurosa e creativa ci vorrà tempo. Deve essere un po’ trascinata in avanti. Spero che chi ha responsabilità, mi riferisco soprattutto al Comune di Milano e alle istituzioni, costruisca percorsi veri di vita comune. 

Dal 1972, quasi 50 anni, è Cappellano dell’Istituto Penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano. Nel corso della sua vita si è confrontato con ragazzi disillusi e arrabbiati con la vita, che non vedono il futuro come scelta possibile. Come si instaura la relazione?  

I ragazzi devono capire che non sono uno che giudica, perché il giudizio tocca ai giudici e a Dio. A me tocca un altro compito. Io non ho paura di sentire cosa hanno da dirmi, di mettere a confronto le mie opinioni con le loro, di ragionare sull’omicidio o sul furto che hanno compiuto.
La paura è già un giudizio.
Chi non giudica è colui che dice la sua opinione, non i principi che ha imparato da qualche parte. La relazione scatta facilmente. Inizialmente si trattava in particolare modo di adolescenti italiani, molto  muscolari, che volevano ottenere e possedere. I ragazzi di oggi hanno poca stima di se stessi e del loro futuro, con una grande richiesta affettiva. Certe volte mi tocca fare il papà, la mamma. Non posso risolvere tutte le difficoltà, ma è chiaro che il loro problema di non avere la casa o non avere un lavoro, diventa un mio problema. I ragazzi si accorgono che ci sei per la persona che sei.

Nel nostro Paese quanto è diffusa la politica dei diritti? Ciascuno di noi come si può muovere responsabilmente per attuarla? 

Credo esistano grandi deficit, a Milano come a Napoli, a Palermo come a Torino. La voce delle parti meno ricche è ancora in sordina, anche se sono stati fatti notevoli passaggi. Nelle carceri di alcune città mancano interventi reali. Le carceri sono piene di poveri che non sono accompagnati in maniera forte all’uscita. Le nostre periferie sono dei rifugi e il mondo degli stranieri con tutte le discussioni che sollecita avrebbe bisogno di un’affermazione di umanità più forte. 

Eclettico e anticonformista, ha raccontato con la sua vita la parola di Dio. Ha mai sentito di non potercela fare di fronte alle tante sofferenze con cui si è confrontato e all’enorme lavoro che ha portato avanti negli anni?  

Ci sono delle volte in cui senti che qualche ragazzo non ce la fa. Ed è un peccato. La criminalità se va avanti negli anni fa diventare dei poveracci. Ci sono quelli a cui mi affeziono particolarmente, tipo questo che è andato a Malta (riferendosi al ragazzo che vorrebbe adottare ndr). Ci sono persone con cui la relazione è stata più intensa. Io punto all’autonomia: l’obiettivo è che vadano via da me, non devono dipendere più del necessario. Mi è capitato di perdere qualcuno su cui ho investito di più anche sentimentalmente, e mi becco la mia parte di lacrime… 

C’è un sogno che vuole ancora realizzare? 

Avere un grande centro giovanile che faccia da accoglienza e formazione, lavorando molto sui gruppi e sulla relazione tra i gruppi. Credo che la relazione tracci il percorso di crescita verso la felicità. Conoscere le diversità e valorizzarle è un esempio di funzionamento non soltanto umano, ma di efficienza a vari livelli. Un altro sogno è cominciare a ragionare con delicatezza ma con precisione con la Chiesa cattolica sulla comunicazione che adopera. Vorrei cominciare sulla linea di Papa Francesco e di tanti vescovi, seminando qualche pensiero.

Fa spesso riferimento alla relazione. Che cosa intende con questo termine?

La relazione nasce dalla conoscenza. Coltivo il pregiudizio che l’altra persona abbia qualcosa da comunicarmi, da condividere con me: ‘vediamo un po’ cosa si riesce a fare insieme, che sia una bella serata, un’impresa lavorativa o di altro tipo’. Il pregiudizio non è ‘forse mi frega’, ma ‘possiamo costruire qualcosa insieme’. 

Un proverbio indiano recita ‘tutto ciò che non viene donato, va perduto’. Qual è il dono più grande che ha ricevuto?

Credo che il dono più grande sia quello di essere stato abituato a non avere paura. A tanti livelli. A 18 anni feci il seminario, inizialmente rifiutarono la richiesta di ordinazione e come estremo tentativo e mi mandarono a fare il vicedirettore in un collegio arcivescovile di Varese. Il rettore vide che parlavo con i ragazzi e che avevo autorevolezza e comprese che volevo assolutamente diventare prete. Ho rispetto per tutti, ma soggezione per nessuno. Se parlo con il Papa o con uno che pulisce la strada, per me è la stessa emozione. Dico esattamente quello che penso, e questo crea, anche in chi è abituato a essere altamente onorato, sorriso e fiducia.

Dicono che l’amore, inteso come forza vitale e non consolatoria, sia la cura a ogni ferita. Che cosa ne pensa? 

Penso sia proprio vero. La relazione è l’ ‘abc’ dell’amore: ci guardiamo in faccia e ci diamo valore, l’amore incomincia così. La terapia più efficace è la relazione. Il sorriso, l’accoglienza, la pazienza, il bacio sono curativi. 

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