Nicolas Bargi, ad di Save The Duck
Nicolas Bargi, ad di Save The Duck

Nicolas Bargi (Save the Duck): moda e sostenibilità, ‘i giovani lo chiedono’

Il fashion è il secondo settore industriale più inquinante del mondo; il primo è quello del petrolio. Poi c’è il problema dello sfruttamento degli animali che, a partire dalla battaglia contro il commercio delle pellicce, ha favorito l’emergere dell’approccio ecosostenibile nel mondo del lusso, di cui brand come Stella McCartney sono l’emblema.
In Italia, il marchio simbolo in tema di moda sostenibile è Save the Duck, fondato da Nicolas Bargi nel 2008 come reazione alla crisi finanziaria mondiale che aveva messo in ginocchio l’azienda di famiglia. Bargi spiega che proprio in quel momento ha imparato a essere un imprenditore, cogliendo l’opportunità di creare un prodotto diverso da quelli proposti dal mercato dominante: “Da sportivo, ho notato come nel settore dell’abbigliamento tecnico la sostenibilità fosse un tema consolidato già dagli anni Novanta, e mi sono chiesto come mai il fashion invece ignorasse il problema. Così è nato Save the Duck, che si rivolge a un consumatore con la nostra stessa sensibilità”.
Bargi ha preso quindi le tecnologie dell’abbigliamento outdoor e le ha declinate in un brand di giubbotti per la città totalmente animal free. La società, partecipata dal fondo di investimenti Progressio Sgr, oggi è presente in 28 Paesi. L’anno scorso l’azienda ha fatturato circa 37,5 milioni di euro, e per quest’anno aveva messo in conto una crescita del 25%, anche perché nel frattempo ha lanciato l’estivo, ma poi c’è stato il Covid-19. A fronte di un crollo del settore pari al 30%, Save the Duck dovrebbe registrare una contrazione del 7%, grazie ai buoni andamenti del mercato extra Ue, soprattutto americano, che ha bilanciato il calo registrato soprattutto in Italia, mercato da cui arriva il 50% del giro d’affari.

A proposito della pandemia, che tra le altre cose ha rafforzato la coscienza generale rispetto alle tematiche ecologiche, Bargi sottolinea che in realtà si tratta dell’accelerazione di un processo già in corso, come anche l’esplosione del ricorso al digitale. Con il movimento ‘Fridays for future’ fondato da Greta Thumberg i giovani hanno raccolto e manifestato l’impegno per la salute del pianeta, ma per Bargi la cultura della sostenibilità nasce in famiglia, e in particolare grazie all’azione delle madri. Alle aziende spetta da un lato coltivare questa cultura, e Save the Duck è pioniera in questo senso, dall’altro cogliere una grande opportunità rappresentata dai giovani e giovanissimi che già oggi sono consumatori consapevoli. “L’80% dei giovani cerca prodotti con questi contenuti. Parlare con queste generazioni è fondamentale per garantire continuità del business”.
Solo che la sostenibilità costa, e parecchio.

Ognuno può fare qualcosa

Save the Duck destina il 3,5% dei fatturati alla ricerca e all’adozione di tecnologie sostenibili, poi ci sono i costi per garantire l’aderenza della filiera produttiva a determinati principi: il 30% in più della media per il lavoro, il 20% per quanto riguarda i prodotti chimici. In più, Save the Duck è attiva sul fronte della solidarietà, ambito a cui destina l’1% del proprio fatturato. “Noi adottiamo le norme previste per l’abbigliamento dei bambini, che sono più restrittive rispetto a quelle per gli adulti. È un impegno economico che noi possiamo permetterci, ma aziende più piccole si trovano ad affrontare investimenti iniziali molto onerosi. Eppure, tutti possono contribuire con azioni tarate sulle proprie possibilità”.

Scatto di gruppo all’interno dell’azienda

Tra le ultime testimonianze dell’impegno di Save the Duck nel praticare e diffondere la cultura di impresa sostenibile c’è la menzione speciale al Premio Eccellenze d’Impresa 2019 nella categoria ‘crescita e sostenibilità’. Inoltre, quest’anno a marzo l’azienda è entrata nell’United Nations Global Compact, organizzazione fondata nel 1999 dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan con l’obiettivo di promuovere su scala globale la cultura della responsabilità sociale d’impresa. E infine, a maggio, con la pubblicazione del Bilancio Sociale, Save the Duck ha annunciato l’obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2030.
Con Save the Duck, Bargi ha aperto nel mondo del fashion una strada che anche altri stanno provando a percorrere: “Noi adesso siamo ufficialmente una B Corp (aziende che operano nell’ambito protocolli certificati di sostenibilità sociale, ambientale e di trasparenza dei bilanci, ndr), ma si può dire che lo siamo sempre stati. Quando abbiamo aderito avevamo un punteggio di 95 contro la media del 40. In Italia, tra le aziende che stanno sviluppando protocolli di produzione più rigidi ci sono Herno, Moncler, Gruppo Kering (Gucci, Pomellato, Dodo, Bottega Veneta tra gli altri, ndr); il sistema moda si sta muovendo”.

Nicolas Bargi

Gli imprenditori devono senz’altro cogliere la tendenza della sostenibilità e intervenire perché la propria azienda e i propri marchi siano appetibili agli occhi dei futuri consumatori. La politica dovrebbe dare un contributo in questo senso, ma purtroppo le istituzioni italiane, su questo fronte, latitano. “Abbiamo bisogno di incentivi al cambiamento, è necessario alleggerire il peso degli investimenti e del rischio per il conto economico attraverso una defiscalizzazione”.
Agli imprenditori spetta anche il compito di diffondere la cultura del cambiamento e della sostenibilità, ma è dura coniugare le esigenze di una comunicazione della moda che deve essere necessariamente ‘cool’ con la pragmaticità dell’ecosostenibile: “Noi puntiamo sulla trasparenza, cercando di ‘educare’ in maniera semplice attraverso i cartellini dei capi, poi chi vuole approfondire può visitare il nostro sito”. Inoltre, Save the Duck investe in marketing il 5% del fatturato destinando ai diversi mercati budget proporzionati ai ricavi generati.

Per quanto riguarda le strategie dei prossimi mesi, Bargi guarda allo sviluppo internazionale, in particolare in Germania, Austria, Svizzera, che sono i Paesi europei dove il marchio sta crescendo di più, e negli USA, che generano il 25% delle vendite mondiali. Dalla brand extension estiva, creata principalmente per i mercati USA e Asia, si attende nel 2021 un contributo aggiuntivo del 10% sul fatturato.
Intanto, oggi (16 settembre 2020) apre il secondo negozio monomarca di Milano, in via Dante, nel centro nevralgico dello shopping cittadino. È un segnale di ripartenza, anche se l’azienda non si è mai fermata durante il lockdown, e un passo in avanti della strategia di espansione che potrebbe portare all’apertura di un altro negozio in Europa nell’area DAG (Germania, Svizzera, Austria) e negli USA.

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