Una scuola ‘riparativa’ per promuovere il benessere scolastico

Promuovere il benessere scolastico per prevenire e ridurre le difficoltà che minano i processi di apprendimento individuali e collettivi e farlo attraverso una scuola ‘riparativa’ e ‘collaborativa’.

È una delle strade intraprese da App@CON.adolescenti percorsi possibili, progetto guidato dalla capofila Associazione Comunità il Gabbiano e finanziato dall’Impresa Sociale Con i Bambini nell’ambito del bando adolescenza del 2018, attraverso il fondo per il contrasto della povertà educativa.

Con APP@CON, in accordo con AIAS Milano ONLUS, questo modello di scuola è entrato nella secondaria Curiel di Paullo.
A parlarcene Guendalina Dall’Anno, sociologa e criminologa sociale, impegnata sul progetto.

Cosa significa promuovere una scuola riparativa collaborativa?

Lavorare per costruire relazioni di qualità in cui le persone sono attivamente coinvolte nei processi di apprendimento cognitivo e delle emozioni e in cui si possano ‘riparare’ i conflitti che avvengono quotidianamente all’interno di una scuola. Non soltanto le liti o i casi di bullismo eclatanti, ma anche conflitti che si manifestano attraverso l’utilizzo di frasi come ‘sei uno sfigato’ o ‘non vali nulla’, interruzioni durante una interrogazione in cui un ragazzo non sa una cosa e tutti sono pronti a prenderlo in giro.

Guendalina Dall’Anno

Un fenomeno ricorrente soprattutto negli ultimi anni in cui i ragazzi hanno appreso dagli adulti la modalità dello scontro continuo, del non accettare una opinione diversa e del ridicolizzare chi ce l’ha. I ragazzi non sono diversi da noi, mettono in atto quello che vedono.

Il vostro approccio deriva dall’ambito giudiziario.

Lo mutuiamo dalla giustizia riparativa, l’incontro tra i protagonisti di un reato, la vittima e l’autore, per ‘riparare’ il danno generato: non a livello economico, ma dal punto di vista emotivo. Molto spesso le vittime chiedono ‘perché è stato fatto a me’? Una domanda che in un processo non ha mai risposta. La giustizia riparativa, da una parte, aiuta la vittima a ricostruirsi un percorso, a continuare la sua vita, e al tempo stesso lavora sull’autore per prevenire ulteriori reati, il che è soprattutto utile nel penale minorile. È una nuova idea di giustizia, che non sostituisce quella ordinaria, ma va in supporto.

Come lo utilizzate?

Nei paesi anglosassoni, che applicano questa modalità da diversi anni, si sono resi conto che la sola gestione dei conflitti non bastava se prima non costruivi relazioni positive. In campo scolastico, lavora su un approccio olistico composto da tre ambiti: coltivare relazioni sane e di qualità, promuovere un ambiente favorevole per l’apprendimento, riparare conflitti.

E questo, coinvolgendo tutti gli attori del processo, la comunità educante fatta da docenti, genitori, studenti, personale ATA (personale amministrativo, tecnico e ausiliario, ndr), perché ci deve essere un accordo di intenti sul percorrere insieme questa strada.

A Paullo cosa avete fatto?

Innanzitutto, va sottolineato il ruolo dell’Istituto E. Curiel, per la volontà di mettersi in gioco lavorando con strumenti differenti e partecipando attivamente in tutto il percorso.
All’interno del progetto APP@CON abbiamo iniziato lo scorso anno promuovendo quattro webinar con il team delle pratiche riparative dell’Università di Sassari coordinato dalla professoressa Patrizia Patrizi, referente dello stesso team per il progetto Gianluigi Lepri, e con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali della giustizia riparativa. L’obiettivo è stato quello di fare capire cosa sia e diffonderla. Anche il Comune di Paullo è stato coinvolto, perché l’intento era ed è quello di promuovere una città riparativa e per questo, i webinar sono stati aperti a tutti i pezzi della comunità educante del territorio.

In seguito, abbiamo portato avanti una piccola formazione per i docenti. Sono state selezionate quattro classi, tre di seconda media e una di prima e da dicembre a gennaio 2021 abbiamo potuto fare una osservazione del clima relazionale tra pari e tra docenti e studenti. Un passaggio importante, non tanto per la valenza scientifica, ma perché a chiederci di farlo sono stati i professori, per consentirci di comprendere meglio il contesto.

Con i ragazzi come avete lavorato?

Per ogni classe abbiamo attuato un laboratorio di promozione del benessere scolastico con l’obiettivo che ciascuna costruisca, poi, un proprio manifesto. Nei primi sei incontri, rivolti all’apprendimento delle emozioni, abbiamo lavorato usando filmati, role play, attività di gruppo, utilizzando sempre in fase di apertura e chiusura il circle time, in cui i ragazzi sono in cerchio con un oggetto di parola: uno strumento che ha lo scopo di regolare il dialogo e, soprattutto, di attivare l’ascolto attivo.

Vi siete inseriti nel programma scolastico lavorando con i ragazzi sulle emozioni…

Il laboratorio è stato inserito dentro il programma di educazione civica e ogni professore ha delle ore da dedicare all’educazione civica. La sfida è proprio lavorare per insegnare a questi ragazzi cosa voglia dire rispettarsi, stare in una classe, in un gruppo che funziona: faccio sempre l’esempio di una squadra in cui c’è un bomber ma gli altri non contano, non raggiungi l’obiettivo, lo stesso accade in una classe. Svolgere il programma, anche in una classe tranquilla, non significa che i ragazzi lo interiorizzino, così come diventa frustrante dover passare l’ora a dire ‘smettetela’. C’è un burn out molto forte dei docenti.

Emozioni, bisogni, relazioni

Nei primi incontri, i ragazzi erano disorientati, non riuscivano a stare nel cerchio, a partire dal ‘semplice’ guardarsi negli occhi e parlare. Lavoravamo con palline o fogli su cui erano disegnate le emozioni, anche sotto forma di emoticon, e a ogni emozione dovevano provare a collegare il loro bisogno. Inizialmente non partecipavano, ma già dopo il secondo incontro sono riusciti a stare in cerchio e ad acquisire questa modalità.

In questa prima fase abbiamo lavorato sul ‘come stiamo’ legato ai bisogni: ‘sono triste perché ho bisogno di essere capito’, ad esempio. Già collegare emozione a bisogno per loro è fondamentale; hanno iniziato a diventare consapevoli del fatto che l’essere umano nasce con delle emozioni, che loro devono imparare a riconoscere e, quindi, a gestire. Gli adulti di riferimento, dal canto loro, devono imparare a non essere spaventati dagli aspetti tumultuosi dell’adolescenza.

I docenti stanno con voi?

Non viene mai chiesto loro di uscire dall’aula, perché sarebbe fallimentare. Se per tanti anni la cultura del ‘progettificio’ ha portato nelle scuole l’idea che l’esperto risolvesse il problema, non è così: sono gli insegnanti gli esperti della scuola, sono loro che stanno costantemente con i ragazzi, li conoscono e hanno relazioni profonde.

Un lavoro come questo non toglie tempo alla didattica, dalla materna sino alle superiori i docenti sono anche educatori. Se non si è questo, si avranno classi sempre più conflittuali.

Non si può dire che il dialogo generazionale si sia semplificato.

Non possiamo dire ‘ai nostri tempi era così’, la società e le sue dinamiche cambiano e serve un approccio differente.

Non sono i ragazzi diversi, la società è diversa, noi adulti, come dicevo, diamo esempi e quello che questi ragazzi hanno costantemente è il conflitto. Basta guardare le trasmissioni televisive, cosa emerge? Chi urla di più. L’ascolto non esiste, forse la responsabilità è nostra che proponiamo dei modelli educativi completamente disfunzionali.

C’è qualcosa che l’ha stupita?

Innanzitutto, la capacità dei ragazzi di darti il massimo se ti metti in ascolto, dai loro tempo e attenzione. E, poi, la capacità di iniziare un dialogo, ascoltando, pur con tutte le difficoltà che hanno, questo bisogna dirselo, perché nessuno glielo ha mai insegnato. Prima di tutto, perché noi stessi adulti abbiamo ‘paura’ del conflitto e lo smorziamo, utilizziamo i classici strumenti punitivi, ma la minaccia e le sanzioni disciplinari non faranno capire a un ragazzo il suo errore, perché userà sempre delle giustificazioni per neutralizzare o giustificare il suo comportamento, lo fa l’essere umano.

Un linguaggio affettivo

Serve invece imparare a utilizzare un linguaggio, quello che gli inglesi chiamano affective statements, nel quale prima docente o adulto che tu sia dici come stai rispetto alla situazione con il ragazzo, ad esempio ‘mi sento frustrato quando tu ti comporti in questo modo’, ‘ho la sensazione di non riuscire a insegnarti, di non arrivare a te…’.

L’approccio riparativo è come una piramide. Al primo livello, fai un intervento sulle classi sull’apprendimento delle emozioni e insegni il concetto di relazione positiva secondo l’approccio riparativo in una modalità rivolta al ‘con’. Poi lavori sugli altri due livelli per intervenire sulle situazioni difficili o di conflitto estremo, facendo incontrare i protagonisti del conflitto ed esponendo una serie di domande: cosa è successo come mi sono sentito subito dopo e cosa posso fare per riparare al danno e fare in modo che non riaccada più.

Il tema dell’autenticità suona complesso per ragazzi di una età in cui spesso ci si ‘maschera’ per essere accettati.

Nel circle time abbiamo portato i ragazzi a raccontare un episodio, come si sono sentiti in quella situazione e questo ha portato a condivisioni profonde. Certo, hanno paura delle emozioni, è capitato che davanti a forti rilasci emozionali qualcuno dicesse che era troppo.

In quel caso li abbiamo portati a chiedersi perché fosse nata quella emozione così forte, per provare a non rimettere in atto i comportamenti che l’avevano provocata.

Come si passa dalla teoria alla pratica?

Quel manifesto del benessere scolastico che li porteremo a creare, darà proprio attenzione a come mettere in pratica un valore.

Faccio un esempio: si è parlato di ascolto, rispetto, riconoscimento delle identità individuali. Una classe ha proposto tra le azioni quella di evitare l’utilizzo delle ‘brutte parole’, il rispetto significa che non voglio più sentirmi dire sei uno sfigato, sei una lesbica di merda… insomma ‘Le parole che non voglio sentirmi dire’.

I ragazzi sono perfettamente consapevoli dei comportamenti giusti e di quelli che non lo sono, solo che un minuto dopo avertelo detto li rimettono in atto…

Va anche detto che i ragazzi ci parlano del bisogno di libertà e di spazi aperti, le scuole si sono tarate ormai sulle esigenze degli adulti, aperte dalle 8 alle due del pomeriggio, ma pensare che dei ragazzi possano stare seduti per delle ore, seppure con dei brevi intervalli, a seguire lezioni tradizionali è una follia… non ce la facciamo noi adulti.

Le stesse neuroscienze ci dicono che così non ce la fanno. Questa difficoltà sta emergendo in tutte le scuole e genera anche il problema legato alla dispersione scolastica che poi diventa abbandono, mi iscrivo a un liceo, poi vado in un altro.

Nessuno escluso

Ci sono scuole in cui un approccio come il vostro è più utile?

Percorsi come quello che abbiamo messo in atto non sono solo e tanto per le scuole difficili, valgono ovunque.
Prendiamo l’esempio di una scuola in cui l’attenzione è concentrata sul punteggio, magari ne porterò avanti dieci ma ne avrò persi 20 in 5 anni, come istituzione mi devo chiedere allora che fine hanno fatto?

Queste sono le radici della dispersione scolastica che avviene anche nelle classi alte, perché ci sono tanti ragazzi che fanno due anni in uno e poi non superano i test di ingresso all’università.

Studenti, docenti, genitori…

I genitori dovrebbero essere coinvolti attivamente, la loro partecipazione si inserisce in un’ottica progettuale di medio termine, perché ci vogliono due o tre anni per promuovere delle scuole riparative e fare sì che questo approccio diventi una modalità culturale e di pensiero comune, in modo da non generare nell’alunno una schizofrenia.

Ancora una volta, se i ragazzi etichettano, siamo noi adulti che per primi lo facciamo: quello è pigro, quello non ce la può fare… Le ricerche hanno dimostrato che scardinando questa modalità diminuisce il burn out dei docenti, aumenta la frequenza dei ragazzi, diminuiscono le classi conflittuali. Non è pura retorica.

La gestione del conflitto avviene attraverso, il dialogo, attraverso l’ascolto, attraverso il venire incontro l’uno all’altro. Se noi non glielo insegniamo avremo sempre società conflittuali.

Diversamente, cresceremo ragazzi che svilupperanno autoconsapevolezza su come sono, di quello che possono fare, saranno capaci di relazionarsi e lavorare in squadra, fondamentale anche per entrare nel mondo del lavoro.

Includerli.

Se la scuola li esclude cosa fanno i ragazzi? Devono sentirsi parte di un gruppo, perché l’essere umano nasce per essere in relazione, e allora vanno dove vengono accettati, magari nelle gang giovanili, o si affiliano alla criminalità organizzata. Se, invece, la scuola è un contenitore dove ti senti accolto, il che non vuol dire che ti giustifica, ma ti fa comprendere cosa il tuo comportamento genera nella comunità che ti vuole accogliere e in te stesso, ti consente un apprendimento.
Ti consente di crescere.

di Monica Bozzellini

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