Mappiness misura la felicità al lavoro

È stato lanciato il progetto “Mappiness”, basato su una app per smartphone che consente di raccogliere dati relativi al benessere soggettivo di decine di migliaia di cittadini inglesi. Grazie a questi dati e a opportune tecniche statistiche, si è potuto scoprire, per esempio, che il giorno più triste, vissuto dagli inglesi, negli ultimi sei anni, è stato il 9 novembre 2016, il giorno dell’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. Non dovrebbero sorprenderci, allora, anche alla luce di questo fatto, le caustiche affermazioni dell’ambasciatore inglese a Washington, riguardo la personalità del presidente americano.

I dati di Mappiness, tuttavia, vengono in genere destinati a finalità scientificamente più produttive. Ne è un esempio lo studio pubblicato qualche tempo fa sull’Economic Journal, da Alex Bryson e George MacKerron e intitolato “Are you happy when you work?”. I due economisti analizzano l’impatto delle attività lavorative sul benessere delle persone, misurando, proprio grazie ai dati istantanei, le valutazioni soggettive durante le varie attività giornaliere tra cui anche il lavoro. Il tema è interessante perché consente di testare due prospettive antitetiche su quello che è il significato del lavoro. Mentre per gli psicologi, le attività lavorative hanno generalmente un significato intrinseco importante, come fonte di senso, di autostima e di utilità per il prossimo, per gli economisti, invece, il lavoro rientra nelle nostre valutazioni, solo come fonte di “disutilità”, un contributo negativo, cioè, al benessere individuale. Da una parte, quindi, il lavoro visto come un bene intrinseco, e dall’altra, al contrario, come un’attività costosa che per questo deve essere remunerata. Capire quale delle due prospettive meglio descrive il reale impatto delle attività lavorative sul nostro benessere è quindi una questione piuttosto interessante. 

 
 

per gli psicologi, le attività lavorative hanno un significato intrinseco importante, come fonte di senso, di autostima e di utilità per il prossimo, per gli economisti, invece, il lavoro rientra nelle nostre valutazioni solo come fonte di ‘disutilità’

Messi tutti insieme, questi dati sembrano configurare un vero e proprio paradosso: lavorare non ci piace, ma se non possiamo lavorare il nostro benessere soggettivo ne risente in maniera rilevantissima. 

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