Paolo Ruffini

Siamo nati per amare 

Se Aristotele tornasse in vita direbbe nuovamente che l’uomo è un animale sociale, non social”. La realtà di Paolo Ruffini, attore, regista, produttore e sceneggiatore è ben lontana dalle logiche che governano follower e like.

Paolo Ruffini

“In media stiamo un’ora e 48 minuti al giorno sui social, forse se usassimo quel tempo per dedicarci a una attività sociale la nostra vita in pienezza sarebbe migliore”.  Impegnato in Up & Down, spettacolo teatrale che indaga le relazioni umane, insieme ad attori con sindrome di Down si racconta con generosità in questa intervista a Quoziente Humano e dice: “Fa abbastanza ridere il fatto che siano loro a essere più ‘up’ rispetto a tante persone ‘in down’ che incontri, come se quel cromosoma in più consentisse di avere una confidenza con la felicità che altri non hanno”. Una felicità universale che, come un diritto ai miracoli, rivela la bellezza delle piccole cose. E sul senso del nostro essere unici e umani riflette: “Non credo si venga al mondo per fare qualcosa di diverso se non amare. È troppo strano che siamo qua perché due persone si sono volute bene e hanno fatto l’amore: è qualcosa che non è immaginabile neanche da una tecnologia sofisticata”. 

In una società che ci vuole tutti perfetti e tutti uguali, che cosa significa valorizzare la diversità? 

L’omologazione credo sia una tendenza social, non sociale. Sentiamo forse l’urgenza in questo periodo storico e in quest’epoca così complicata, ricca di cambiamenti e innovazioni, di trovare dei filtri che ci possano fare assomigliare tutti a qualcosa, così compriamo gli stessi vestiti nella identica catena commerciale e ci diamo dei parametri.

Credo che nella nostra diversità più semplice esista la nostra unicità.

Oggi le persone che non arrivano a un certo standard sono considerate diversamente, e non è solo una questione di ricchezza o povertà, penso si tratti di una necessità di accettazione o approvazione, basata su like e su persone che non conosco e che mi seguono. Invece chi ci è vicino e potrebbe dire qualcosa sulla nostra persona è meno considerato.

 Un tempo la bellezza era uno dei parametri di evoluzione della società. Oggi sembra quasi che si spinga verso un abbrutimento morale e culturale. Che cosa è necessario fare?  

Per invertire la rotta, potremmo riprendere un Nokia. Quando avevamo i telefoni cellulari che non erano smartphone il mondo era un po’ più semplice, si poteva giocare a Snake, si mandavano gli sms, ma nulla di più. Non penso che l’essere umano sia in grado o si sia abituato a gestire una responsabilità così grande come quella che gli è stata messa in mano.

Questa epoca ha dimostrato che abbiamo sopravvalutato la nostra intelligenza. L’analfabetismo funzionale, per esempio, è un problema serio. Non reputo che i social siano stati un grande passo in avanti per il sociale e per la cultura. La libertà è un conto, ma l’anarchia è un altro, democrazia non significa pensare che si possa dire tutto quello che si vuole, leggere commenti di sconosciuti e lasciarsi condizionare da essi.

La bellezza può significare anche analizzare una foglia, guardare una nuvola, prendere in mano un pomodoro e lavarlo, tagliarlo in due, metterci un po’di sale e mangiarlo. Forse la bellezza delle piccole cose che ci sta sfuggendo in questo momento è quella più autentica. 

Nei tempi attuali come allenarsi al sentire e al permettersi di lasciare passare questo sentire? 

L’intelligenza è una parola un po’sopravvalutata, piuttosto riferiamoci alla sensibilità. Per quanto mi riguarda mi trovo bene nel lavoro che faccio con persone con la sindrome di Down o che hanno difficoltà perché hanno un limite o un ritardo cognitivo. Mi annoio a stare a tavola con persone che sanno tutto, preferisco stare con individui più sensibili che intelligenti. Basiamo la nostra società sul quoziente intellettivo, che è interessante, ma perché non facciamo anche delle domande per calcolare il quoziente spirituale? 

Non solo quoziente intellettivo 

Nel libro che si chiama Un corso di miracoli (scritto dalla psicologa Helen Schucman ndr) c’è proprio la proposta di calcolare un quoziente spirituale. La domanda è: che cosa faresti se incontrassi per strada una persona che ha bisogno? Dalla risposta si ricava il termometro reale di un tessuto sociale interessante. Al di là di quello che noi capiamo è quello che sentiamo a dare valore. La cultura è fondante, ma esiste anche la spiritualità. 

Occorre un cambio di paradigma a livello educativo. A scuola ci fanno studiare L’infinito di Leopardi ma non ci raccontano perché dobbiamo studiarlo. Se a me, spiegando L’infinito di Leopardi, avessero detto che il mio romanticismo sarebbe cambiato, che avrei potuto vivere intensamente, divertirmi di più, fare meglio l’amore, esprimermi maggiore consapevolezza, io forse l’avrei studiato con più trasporto. Questo non avrebbe aumentato la mia intelligenza, ma avrebbe influito sulla mia cultura e sulla mia formazione spirituale. 

Credi che non si stia dando senso al nostro essere umani? 

Non credo si venga al mondo per fare soldi o avere follower. 

Dobbiamo riuscire a capire che cosa è la vita. Quando si viene alla luce si nasce si respira si vive e si ama. Si può anche decidere di porre fine alle prime tre azioni, ma non si può scegliere di smettere di amare. C’è un’intelligenza superiore dentro di noi in questo momento che ci dice di respirare, ma anche di amare. L’odio è un elemento più virale dell’amore, la seduzione del male in questo momento storico è diventata eccezionale. Se si scrive ‘odio’ con la h davanti viene fuori ‘ho-dio’. Se io ‘hoDio’ ho l’onnipotenza di fare del male a qualcuno, che è molto meno faticoso di fare del bene, ma anche meno naturale. Bisogna dare più respiro alla bellezza, sorridere all’odio e smontarlo pezzo dopo pezzo. Ho notato che se esprimi particolare gratitudine, qualcuno può pensare che tu lo stia prendendo in giro. Se vai col muso, super accettato.

Occorre dare un po’ di amore all’odio, e piano piano si scioglie.

Da Up & Down è nata Up Impresa sociale, di cui sei ideatore e fondatore, con l’obiettivo di realizzare progetti sociali innovativi che favoriscano l’autonomia personale e la diffusione di una cultura inclusiva. Che cosa ti ha dà questa e che cosa ti ha tolto?   

Non mi ha tolto nulla, mi ha drogato un po’. Ha modificato la mia idea di vita, di felicità. Alcuni mi dicono ‘lavori con i ragazzi speciali’, ma in questo modo è come se si mettessero in una casella diversa. Ci sono persone con la sindrome di Down che sono simpatiche, altre meno, come chiunque altro. L’anomalia in questo caso per me ha dei valori positivi perché non conosce la prevaricazione, la malafede, la violenza. Questi ragazzi mi hanno insegnato la consapevolezza della lentezza: l’andare con calma, godendosi anche l’ultimo spaghetto. Grazie a loro ho imparato a dare valore alle persone, a non pre-occuparmi troppo spesso, prima che qualcosa che accada. Con loro sto meglio, la mia è un’azione puramente egoistica, non c’è niente di eroico, missionario. Sono attratto da quel cromosoma in più.  

Felicità e stupore, atti rivoluzionari

Che cosa è la felicità? Esiste un diritto universale all’essere felici?

Esiste il diritto anche ai miracoli. La felicità per me è pensare alle cose belle senza farlo apposta, come quando si ride perché si ama, da qui il titolo del mio film Rido perché ti amo. Se ci pensi, nel momento in cui senti di essere innamorato e sei felice ti viene da ridere quando stai con chi ami. Non è detto che si debba essere sempre felici, altrimenti la vita si chiamerebbe felicità, così anche l’amore si chiama amore e non felicità. Il dolore è un elemento imprescindibile dell’esistenza, ed è quello che ti fa sentire più la vita. Nel dolore c’è una grandissima componente di felicità: quando una donna partorisce piange, quando si nasce si prova un momento di morte ma si dà inizio a una nuova vita. Ho letto che i bambini fino a tre anni non concepiscono l’idea di bugia, prima che si subiscano i vari condizionamenti siamo dei capolavori meravigliosi, siamo felici. La felicità è uno stato dell’anima che si può raggiungere anche casualmente, e ci sono momenti che se ci si perdona, ci si libera, si torna ad amarsi e ad amare, c’è armonia, si alza lo sguardo e non importa che sopra ci sia il cielo o il mare, non c’è contestazione, c’è poesia e bellezza. 

Come si fa a spingere le persone fuori dal ‘buonismo digitale’? 

Siamo nell’era del politicamente corretto, eppure non è mai stato così facile essere cattivi, l’odio si propaga rapidamente. Siamo in un momento storico in cui tutto il nostro bagaglio culturale è messo in discussione: potrebbe non esistere Fantozzi, grande maschera della commedia dell’arte, Giancarlo Giannini in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, allo stesso modo Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini o Bernardo Bertolucci, non si potrebbe realizzare Drive In. Nell’epoca in cui  un attore non può dire certe cose perché chi guarda lo spettacolo non fa più il pubblico ma il censore, è assurdo che non si riesca a dare valore all’unicità e a scardinare dei meccanismi di esclusione. 

Da social a sociale: la vocale mancante

C’è un’ipocrisia di fondo che serpeggia nelle nostre vite e una dicotomia straordinaria che è derivata sempre dalla vocale che ci manca: la E, da social a sociale. Tutte le persone che parlano e scrivono lo fanno anche per quelle che non vogliono entrare in queste dinamiche. Laozi diceva: “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Tutti noi siamo macchiati e vessati dal continuo bombardamento di messaggi che non sono positivi.

Abbiamo normalizzato pandemia, crisi, guerra, camorra, mafia, ‘ndrangheta, non volgiamo più al positivo, se si nomina la bontà, neurologicamente ci si domanda quando è stata l’ultima volta che si è sentito questo termine, ed è tanto tempo fa. Non è obbligatorio essere buoni, ma dobbiamo essere umani. Se si commette un reato, bisogna essere processati in un tribunale, non su Instagram. C’è una tendenza a bullizzare il bullo che è pericolosa. In nome di questo paradosso inutile e di questo giustizialismo assurdo vogliamo rivendicare personalità, ma non umanità, così facendo esprimiamo soltanto la nostra banale pochezza. 

Nel teatro attraverso il ‘come se’ si porta fuori qualcosa di molto vero, al contrario sembra che nella realtà si trasferisca al vero il come se. Che cosa ne pensi? Come portare l’autenticità?

Il teatro è quel posto al mondo dove la possibilità è più alta della realtà e per questo mi piace. Posso portare a teatro dei marziani che vengono sulla terra per aprire un Mc Donald’s su Plutone e non fare male a nessuno. Il teatro vive del come se, mentre la realtà è come è, qui e ora. Io non so se tra 100 anni ci sarà TikTok, ma il teatro ci sarà di sicuro. 

I nostri profili social sono diventati palcoscenici, ma non sono permanenti come crediamo. La caducità di questo momento rende tutto quello che viviamo talmente effimero che non rimane un granché. Se si pensa al come se applicato all’epoca del greenpass, del lockdown, della pandemia che cosa resta: teatro o realtà? Quando non si sa rispondere si fa una grande confusione. 

Perché c’è bisogno di meravigliarsi?  

Il mio lavoro è cercare di migliorare la qualità del sorriso e dei sogni delle persone. Questo è quello che penso di fare come mestiere. Questa è l’epoca in cui abbiamo sperimentato tutto. Eppure, mi meraviglia quando qualcuno che non conosco è gentile.

C’è bisogno di uno stupore umano

Mi meraviglia un ragazzo che sull’autobus fa sedere una persona anziana, non mi sorprende l’intelligenza artificiale. Mi meraviglia l’umanità. 

Il teatro come sistema sociale. Che cosa significa per te? 

Teatro e sociale sono due sinonimi. Nel teatro c’è la condivisione, nel sociale c’è tutto quello che comprende la cultura dell’uomo. Con Up & Down (spettacolo teatrale da cui è nata anche Up Impresa Sociale è un collettivo capitanato da Paolo Ruffini e Lamberto Giannini ndr) non facciamo beneficenza, ma ci avvaliamo del lavoro di professionisti che hanno delle peculiarità. Come non ritengo significativo che io sia brizzolato o che abbia gli occhi azzurri, non penso sia particolarmente rilevante che una persona che lavora allo spettacolo abbia la sindrome di Down o una disabilità psichiatrica, ma capisco che lo sia all’esterno, e nei nostri intenti c’è anche quello di dare valore a questa unicità. Quello che facciamo in teatro viene principalmente relegato a circuiti particolarmente chic o a una visione in seconda serata su Raitre. Sarebbe interessante distribuire questi contenuti su canali più pop. 

Un faro sulla diversità

Il teatro sfrutta per suo statuto tutte le particolarità di una persona e se questa ha delle diversità vengono messe a disposizione dello spettacolo. Le persone con la sindrome di Down hanno una maschera naturale da commedia dell’arte in faccia con una capacità mimica particolare, hanno la capacità di essere bugiarde ma non false, quindi sono attrici e attori straordinari. Il teatro è la dimostrazione che se metti un faro sulla diversità, quella diventa un’occasione, un’opportunità, una risorsa. Così per fare uno spettacolo sulla felicità, sfruttiamo la particolarità genetica di chi lavora con noi. 

Qual è l’obiettivo che ti poni? 

Il mio obiettivo è proprio gratuito: stare bene facendo qualcosa che possa fare stare bene qualcun altro. Niente di educativo, divulgativo o scientifico, c’è soltanto la voglia di mettere in scena persone che sono in armonia e sfruttare tutto quello che si può: la mia e la loro presenza, il palcoscenico, le luci, il sipario. Se ci pensi, il teatro è una grande perdita di tempo, si trascorrono mesi a prepararsi e dopo un’ora e 40 minuti è tutto finito. È come bruciare del tempo costruendo qualcosa che vive nell’hic et nunc, ma in quel momento si riesce ad abbracciare e a fare una carezza alle persone pubblico, facendole tornare a casa con una domanda: è più importante essere felici o avere ragione? Up & Down costringe a rispondere questa domanda. 

Hai detto “contano solo gli abbracci e l’amore”. In questa tua frase entra la verità del corpo. 

Penso che per tornare al corpo ci si debba liberare da una serie di tabù. Per me il corpo, l’erotismo, il sesso sono degli elementi fondamentali. 

Non stiamo dando sufficiente valore al contatto, alle carezze, ai baci, all’abbraccio. Anche la stretta di mano si sta perdendo. L’abbraccio restituisce sempre la bellezza, dà un senso di tolleranza, inclusione, amore, socialità, accoglienza.

Siamo impauriti dall’altro, perché sappiamo gestire una relazione tramite una tastiera ma non guardandoci negli occhi. 

Tutti diversi e tutti umani

Ci siamo settorializzati così tanto che parliamo di bambini, donne, omosessuali, neri. Gandhi non professava ‘no alla violenza’ contro gli uni o contro gli altri, ma diceva No alla violenza. La vera rivoluzione è quella. Le altre guerre che ci sono oltre l’Ucraina e la Russia non sono più giuste. Dobbiamo valorizzare universalmente la parola pace. 

Che cosa è il Quoziente Humano per te? 

È l’abbandono a se stessi senza doversi abbandonare, concedersi alla nostra verità. Il Quoziente Humano è il qui e ora della nostra presenza, la nostra parte vera. E come se si prendesse un avocado, lo si pulisse e si arrivasse al centro: quel nocciolo interno siamo noi. Siamo un avocado.

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Giornalista, consulente alla comunicazione positiva e allo sviluppo individuale e dei gruppi attraverso strumenti a mediazione espressiva. 20 anni di esperienza in comunicazione aziendale.

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