Progetto Arca: emergenza sociale nel 2021. Serve un patto di solidarietà

Oltre un milione e 650 mila pasti distribuiti e 10.500 persone aiutate nel 2019; 86 appartamenti, dedicati a famiglie sfrattate per morosità incolpevole; 50.000 presidi sanitari acquistati in corsa, per supportare i senza dimora nel corso dell’emergenza sanitaria Covid-19.
Sono solo alcuni dei numeri che parlano della attività di Fondazione Progetto Arca, Onlus arrivata al 26esimo anno di vita e impegnata a costruire impatto sociale per famiglie e individui nel nostro Paese. Con interventi di assistenza e, al tempo stesso, con uno sguardo al reinserimento sociale: da questo 2020, anche attraverso il microcredito.

A raccontarci presente e futuro, il presidente della Onlus Alberto Sinigallia.

Cosa vi sta dicendo la realtà delle città in cui siete impegnati?

Da uno sguardo sulle famiglie, vediamo sicuramente una emergenza alimentare, così come educativa e di relazione per bambini e adolescenti: il lockdown incide anche su questo.

Soprattutto al Sud l’emergenza alimentare è scoppiata nelle famiglie in cui c’era lavoro nero, da un giorno all’altro rimaste senza entrate. Al nord c’è sicuramente stata un’emergenza alimentare, con il raddoppio delle richieste, ma lo tsunami, fatto anche di sfratti per morosità incolpevole, avverrà secondo noi nel 2021, con la fine della cassa integrazione, quando le aziende potranno licenziare. Molte persone entreranno in povertà e alcune perderanno la casa.

Cosa è successo a chi una casa già non ce l’ha, alle persone in strada?

Con il primo lockdown, da un giorno all’altro si sono viste chiudere le mense per i poveri, le docce, i bagni dei bar dove andavano di solito; i passanti che facevano la carità non c’erano più e senza tv o giornali non hanno avuto informazioni. Sono mancate le unità di strada, a Milano, ad esempio, su 18 ne sono rimaste attive 2, noi e Croce Rossa, perché le altre erano di volontariato e non hanno potuto operare. Ci siamo trovati con persone che non mangiavano da 4 giorni, ancora oggi molte mense sono chiuse o danno il sacchetto del freddo, c’è gente che non mangia un pasto caldo da febbraio… E poi, in strada c’è stata una emergenza sanitaria, abbiamo distribuito mascherine, gel e quant’altro, ma non a sufficienza.

Una enormità da affrontare.

Siamo arrivati al punto in cui o tiravamo i remi in barca, o iniziavamo a remare più forte di prima perché le richieste erano di più e anche più complesse. A ogni problema abbiamo abbinato una soluzione: abbiamo fornito di shampoo secco e salviette umidificanti le persone, abbiamo distribuito mascherine, gel, guanti, misurato la temperatura e adesso stiamo facendo tamponi rapidi in strada a chi l’ha superiore a 37,5. Nel primo lockdown, insieme al Comune di Milano, abbiamo messo bagni chimici nei posti nevralgici dove stazionavano i senza dimora. Sulla parte alimentare, la più complessa, abbiamo distribuito colazione, pranzo e cena con pasti freddi e anche autoriscaldanti.

Poi, abbiamo attivato una raccolta fondi per una cucina mobile e dal mese di ottobre siamo in strada con un food truck dotato di fornelli, forno e bollitori consegnando, per ora, 120 pasti caldi cucinati al momento, ogni sera per 5 giorni a settimana, con proposte diversificate per un apporto nutrizionale adeguato in termini di quantità e qualità. Insieme al pasto caldo, i volontari consegnano anche un sacchetto con i cibi confezionati per gli altri due pasti della giornata successiva.

Aziende, privati, istituzioni

Servirebbe tanta solidarietà, aziende e individui. Quanta ne incontrate?

C’è tanto. Anche qui con una scissione: ci sono aziende che si sono messe in campo totalmente, non solo con donazioni ma anche con volontari, anche molto più di quello che ci aspettavamo. Aziende che ci chiedevano di cosa avevamo bisogno e alzavano lo sguardo anche verso luoghi lontani. Quando c’è stato l’incendio a Lesbo, per esempio, in 48 ore siamo partiti con dei volontari e un container; adesso ne riempiamo uno al mese per assistere 13 mila persone rimaste senza un tetto. Questa capacità di immediatezza e di relazione nella solidarietà per le persone bisognose è stata forte e ci ha emozionato molto.

E gli altri? Come si fa a condurre le organizzazioni a una generosità non solo di facciata?

Il fatto che non siamo soli è stato davvero il grande insegnamento di quest’anno, le persone più pronte, sensibili ed emotive, si sono messe in gioco. L’uomo è fatto di istinto, razionalità ed emozione: le persone e le aziende istintive si sono chiuse, quelle emotive e razionali si sono aperte mettendo in campo quello che potevano. Grazie a questo, a Milano, noi siamo passati da 4 a 11 unità di strada alla settimana, così come da 500 a 1500 famiglie assistite con pacchi viveri: 5 mila persone che hanno potuto avere cibo per sé e per dare da mangiare ai propri figli.

In termini di progettazione, esiste un rapporto con le istituzioni?

Con il Comune di Milano da decenni collaboriamo e facciamo strategie insieme. È accaduto anche sul piano freddo, sulla messa a disposizione di posti per persone positive asintomatiche che si trovano in strada e sull’organizzazione del nuovo giro di food truck. In Comuni dove non c’è una storia cosi forte nel sociale, la situazione ha creato più disorganizzazione e disordine, in molte realtà che conosciamo sono stati distribuiti pacchi viveri da più organizzazioni alle stesse famiglie, perché non c’era un coordinamento generale dei comuni. L’amministrazione milanese era pronta in termini di dati e classificazione delle persone in difficoltà e anche di coordinamento del lato sociale, per cui, in questo momento di emergenza, non ci sono stati grandi problemi e sovrapposizioni.

Nel vostro bilancio si legge che nel 2019 avete aiutato 10.500 persone e generato un valore economico pari a 35 milioni di euro.

Il valore economico è dato sicuramente dalle donazioni in natura, il solo Banco Alimentare ci dà centinaia di tonnellate di generi alimentari; poi ci sono le donazioni in natura da parte delle aziende, il volontariato aziendale, con azioni anche di manutenzioni di immobili che sono risparmi economici; e poi le donazioni che le persone fanno in vestiti, cibo, oggetti, in progetti che sostengono, insomma la moltiplicazione è forte. Non ultimi i 400 volontari con tutte le loro ore di lavoro.

Si può parlare di un patto di solidarietà tra persone, aziende, terzo settore, più imprescindibile di prima?

Sì e lo vediamo anche nel macro, nell’assistenza sanitaria, ad esempio, quando c’è una crisi bisogna essere tutti in comunicazione: con gli ospedali pieni si pensa di utilizzare il privato perché è attrezzato. Allo stesso modo, passando dalla sanità al sociale, vediamo il ruolo che per i senza dimora ha la cittadinanza attiva: segnala casi, porta da mangiare, accudisce e soprattutto è molto importante nel reinserimento, ci sono persone che offrono possibilità, il pizzaiolo che dà un lavoro a un senza dimora, ad esempio. Piccole azioni di vicinanza che possono essere demandate solo al privato sociale.
Ma è così da sempre, trasversalmente in tutte le culture e in tutti i tempi, la prossimità è scritta anche nel vangelo: stare vicino alla persona che ha bisogno è davvero imprescindibile dall’uomo.

Ha parlato di fiducia, quanta paura abbiamo invece?

Anche qui dipende molto dal centro dell’uomo attivo in quel momento. Se siamo in quello istintivo abbiamo molta paura, ci chiudiamo, tante volte mettiamo anche la testa sotto la sabbia per non vedere la realtà. Ma la realtà c’è.
Dico sempre che bisogna partire con la ragione e l’osservazione per capire cosa c’è, cosa si sta trasformando e dove sta andando questa trasformazione; la parte emotiva e quella istintiva motoria sono fondamentali, ma con una supervisione della parte razionale. Anche se il motore è sempre l’emotività, la ragione o il fare, da soli, non funzionano, soprattutto in pandemie di questo tipo.

Qual è il contributo dei giovani?

Abbiamo vivamente consigliato gli over sessanta di restare a casa, al tempo stesso ci sono state molte richieste di fare volontariato da parte di giovani, o persone in cassa integrazione, che non volevano stare sul divano tutto il giorno.

A proposito di ragazzi, oggi con la DAD molti sono in difficoltà.

Nel nostro piccolo stiamo aiutando delle famiglie indigenti a cui diamo il pacco viveri, fornendo a chi ne ha necessità un tablet e la cosidetta ‘saponetta’ con la schedina per connettersi a internet; molte famiglie non hanno potuto usufruire della scuola a distanza proprio per mancanza di strumenti. Inoltre, con Sole Terra, fondazione che si occupa della parte psicologica, abbiamo attivato dei progetti di intervento dello psicologo in casi di necessità: per aprire porte che l’istinto potrebbe chiudere, portando situazioni non utili tra le mura di casa. Ma sono interventi sporadici.

Dal macro al micro: beni confiscati, microcredito, reinserimento

Ha citato l’importanza di una seconda opportunità, un aiuto può venire dai beni confiscati alla mafia.

È da poco uscito un bando di 1500 beni, sicuramente un contenitore interessante per il privato sociale perché mette a disposizione beni utilizzabili per l’integrazione. Noi abbiamo già parecchi appartamenti.
Non dimentichiamo che sono più le persone che entrano nell’indigenza di quelle che ne escono, quindi, il fatto di lavorare su formazione, lavoro e casa è fondamentale: l’assistenza fine a se stessa  è utile ma non determinante per uscire da una situazione come quella attuale. Se non facciamo uscire le persone dall’indigenza, tra qualche anno il welfare non riuscirà più a reggere.
Dobbiamo farlo per la dignità della persona, ma anche per l’economia: nel momento in cui una persona non è più un costo sociale diventa un lavoratore attivo, paga le tasse, addirittura promuove il welfare e l’uscita di altre persone dall’indigenza. È fondamentale stare su questi due assi: assistenza e reinserimento sociale.

Cè un tavolo sulla povertà nazionale al quale sedete?

Ci sono Osservatori, tavoli regionali, comunali, locali. So che Fondazione Cariplo ne ha attivati diversi, noi siamo sul tavolo della parte Sud-Ovest di Milano dove, come Progetto Arca, abbiamo creato una impresa sociale che gestisce l’Abbazia di Mirasole a Opera: l’obiettivo è fare formazione e creare lavoro per le persone.
Sicuramente c’è bisogno di una visione globale, importantissima, ma è più politica, noi come organizzazione siamo più sul fare. In ogni caso, le visioni macro vanno calate nel micro.

Il 2021 si preannuncia come un anno ancora più complesso di quello che si sta chiudendo, cosa vi siete prefissati?

Abbiamo sicuramente molti progetti, a partire dall’assistenza a famiglie con bambini piccoli , integrando il pacco con quello che può servire a chi, giustamente, fa figli ma ha bisogno in questo momento di un supporto. Poi, l’intensificazione degli interventi in strada; l’apertura di Progetto Arca al sud, dove siamo in alcune regioni e apriremo una sede su Napoli, già oggi siamo a Bacoli con una organizzazione partner. E poi l’housing, per noi importantissimo: stiamo assegnando in questi giorni la prima casa a persone che escono da uno stato di indigenza, non hanno garanzie per ottenere un mutuo ma hanno trovato un lavoro per cui possono permettersi una spesa intorno ai 300 euro al mese. In un accordo con Banca Etica, noi interveniamo come garanti, le persone si  intestano il mutuo al 100% e diventano autonome. La casa è loro, risparmiamo rispetto all’affitto e, anche emotivamente, si ritrovano in una condizione differente. Sappiamo che il microcredito funziona perché le persone in difficoltà hanno più volontà di arrivare all’obiettivo finale; statisticamente è dimostrato che gli insoluti del microcredito sono minori di quelli relativi ai prestiti che si fanno alle piccole aziende.

Alberto Sinigallia

Prima di chiudere, quando e come ha scelto di dedicarsi agli altri?

Ero volontario con Fratel Ettore, frate storico di Milano che mi ha fatto innamorare di questo mondo. Negli anni ‘90 c’era il grande problema di chi aveva una dipendenza ed era in strada, senza metadone non riusciva a fare la disintossicazione, da lì con alcuni amici è nata l’associazione, con il primo centro per disintossicare le persone senza dimora. Ne abbiamo ancora tre attivi in questo momento…
Fratel Ettore era un esempio, tutte le sere andava in stazione, aveva una relazione con le persone le motivava, le onorava e le accompagnava. Era una stampella, come siamo noi: se una persona non vuole fare niente per la sua vita, possiamo solo metterci al suo fianco e camminare con lei.

Questo è il nostro obiettivo, fare un percorso insieme, supportare le persone nel riabilitarsi e poi farle camminare da sole.

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