Massimo Colombo

Massimo Colombo (Colombo Industrie Tessili): sostenibili per crescere. Anche nell’incertezza

Quasi 60 anni di storia nella tradizione manifatturiera italiana e una filosofia produttiva basata su rispetto, etica e qualità del prodotto. Colombo Industrie Tessili, nasce nel 1962 dalla passione di Piero Colombo e di sua moglie Anita, a San Fermo della Battaglia, in provincia di Como, cresce negli anni attraverso acquisizioni e vede l’ingresso dei figli di Piero e Anita: Massimo e Stefano Colombo, oggi rispettivamente Amministratore Delegato e Presidente.
Sin dalla nascita, il punto di forza dell’azienda è “porre al centro della propria attività le persone, coinvolgendole ad ogni passo per crescere insieme”.
Un principio rispettato anche in anni più recenti, quando, per affrontare una situazione di mercato difficile, il Gruppo avvia una importante ristrutturazione industriale e un percorso di concordato preventivo in continuità, che vede la nascita dell’attuale realtà Colombo Industrie Tessili srl. L’azienda pone così le basi per il rilancio, arrivando all’oggi ad avere un giro d’affari pari a 6,5 milioni di euro, uno staff di 48 persone interne e un obiettivo 2021 di realizzare un turn over di 8 milioni di euro, espandendosi sui mercati esteri. A parlarcene l’ad Massimo Colombo.

Al centro della filosofia con cui il gruppo si muove c’è il concetto ‘Yougether’

La presenza nella parola di You e Together spiega l’essenza della filosofia Yougether: ci proponiamo sul mercato come partner mettendo al centro non tanto il nostro prodotto, ma quello che i clienti si aspettano dal nostro gruppo in termini di know-how per lo sviluppo di un prodotto unico, costruito secondo la loro misura: una sartorialità industriale che viene dall’avere una filiera integrata completamente.

Associate la soddisfazione dei clienti a quella dei dipendenti, in che modo?

L’innesco fatto con il cliente viene trasferito all’interno dell’azienda e ciascuno dei nostri collaboratori porta avanti il suo lavoro sul progetto, con un coinvolgimento a 360 gradi. Questo avviene su progetti specifici, così come sulle collezioni normali e tutti i nostri collaboratori condividono questa filosofia. Manteniamo così anche una caratterizzazione come azienda artigianale evoluta: siamo tutti in prima fila, tutti sono coinvolti. La nostra gerarchia non è verticale, è molto semplificata nell’organizzazione, in modo che tutti possano accedere alle informazioni, siano e si sentano parte integrante del sistema.

Cos’è per voi la sostenibilità?

Partiamo dal principio di sostenibilità generale che sta emergendo in termini di produzione sostenibile; in questo senso abbiamo già ottenuto certificazioni e ne stiamo facendo altre, perché il mercato ce lo chiede.
Il nostro obiettivo, però, è quello di rendere la sostenibilità un concetto più allargato all’interno della azienda e di farne anche un sistema di comunicazione verso l’esterno, attraverso i nostri prodotti. Ne è un esempio il Progetto Palindromo, nato all’interno del più ampio Progetto\62 (v.box) che punta su tre asset: creatività, innovazione, sostenibilità. Il nostro intento è quello di capitalizzare tutto il know-how acquisito nel corso degli anni, anche attraverso un uso intelligente dei materiali. Per questo, il progetto prevede il riutilizzo di quelli che da anni sono nei nostri magazzini, inutilizzati. Questo è il primo step e sarà il nostro drive per le prossime stagioni: andremo a sviluppare il concetto di recupero in diverse modalità, lo scopo è creare una collezione che risulti molto innovativa, con un grosso investimento, cercando di razionalizzare i processi e ridurre al minimo i consumi di materiali.
In questa direzione, abbiamo anche approcciato l’uso di coloranti naturali, non ci è possibile purtroppo farlo su tutte le collezioni, ma li usiamo per alcune capsule. Questo è funzionale alla nostra presentazione ai clienti e al tempo stesso, qualora lo richiedano, possiamo utilizzare questi prodotti per loro.

Nell’innovare vi confrontate con l’esterno?

Stiamo sviluppando alcuni progetti, che non possiamo ancora svelare, rispetto a collaborazioni con Istituti di ricerca, scuole e università, cercando di portare il concetto di sostenibilità che ispira Palindromo anche verso l’innovazione.



Con Progetto 62 e Palindromo avete attivato collaborazioni sul territorio locale. Pensate di continuare a farlo?

Sì, soprattutto per il Progetto\62, che ha una vocazione specifica. Spostando in alto l’asticella della ricerca e dell’innovazione, vorremmo sicuramente poter coinvolgere le eccellenze italiane delle lavorazioni, laddove complementari alla realizzazione del nostro prodotto. Se possibile, anche quelle più vicine a noi: siamo una azienda comasca che ha quasi 60 anni di storia e da sempre si muove nell’ambito di questo territorio.
In termini più generali, parliamo di Made in Italy, anche se, nel caso si presentasse l’opportunità, non escluderei di lavorare insieme a realtà straniere con una grandissima capacità di innovazione sul prodotto specifico. La territorialità quindi c’è, è una bandiera, e c’è anche una visione che va oltre, aperti a una internazionalizzazione della azienda.

In coerenza con i vostri mercati?

Abbiamo una forte sensibilizzazione verso l’estero. Per tipologie di prodotto come il lusso, i mercati francese e italiano sono quelli più importanti, per le altre divisioni siamo a 360 gradi su tutti i mercati internazionali.

Italia e estero, quanto conta la sensibilità dei mercati alla sostenibilità nelle scelte dei prodotti?

Su questo ci sono dei tempi: quando i clienti arrivano sull’argomento, la sostenibilità diventa una condizione fondamentale. Ci sono marchi del lusso, come Balenciaga ad esempio, che oggi fanno solo ricerca su prodotti sostenibili; altri invece sono in una fase iniziale, si informano; mentre su alcuni mercati, più a diffusione generale, questo tema non è ancora diventato ‘necessario’, si lavora su capsule o prodotti specifici. Oggi però comincia a essere rilevante e le certificazioni sono una tappa obbligata.
Ritengo che nelle prossime stagioni, nell’arco di uno o forse due anni, questo aspetto diventerà una condizione data per scontata da parte di tutti; noi stessi, su alcune tipologie di filati, compriamo solo ed esclusivamente materiali certificati.

In un passaggio economico come quello attuale, la sostenibilità è un tema a portata di tutte le aziende?

Sicuramente è alla portata di tutti, si tratta di capire che livello di sostenibilità vogliamo avere.
Le certificazioni hanno un costo, gli enti che se ne occupano richiedono un processo che dura un semestre, con investimenti in risorse, controlli e l’attivazione di una serie di procedure. Questo è un passo sicuramente possibile per tutte le aziende organizzate, magari un po’ meno per quelle artigianali o molto piccole. Dall’altra parte, in termini di sensibilità, credo che oggi, nel settore tessile abbigliamento, questo argomento sia ormai sul tavolo di tutti.

Cosa accade in termini di sostenibilità dentro la vostra azienda?

Ci muoviamo a tutto tondo, coinvolgendo la nostra struttura e spingendo verso una sensibilità su temi come risparmio energetico, riciclo, riutilizzo e così dicendo. Parliamo di una sostenibilità in senso più allargato.

Come coinvolgete la popolazione aziendale?

Intanto, cerchiamo di riportare all’interno i progetti che presentiamo all’esterno, normalmente si trascura di trasferire dentro l’azienda tutto quello che viene presentato al di fuori. Siamo una struttura abbastanza semplice, come dicevo, per questo ci muoviamo con una comunicazione a 360 gradi: questo significa che nella fase di progettazione coinvolgiamo anche le produzioni, così come le rendiamo partecipi nella fase di commercializzazione, insieme a chi gestisce la programmazione e i rapporti con gli esterni. Recentemente, inoltre, abbiamo inserito una persona che si occupa della comunicazione interna, in termini di crescita della sensibilità di cui parlavo.

Qualche anno fa avete attraversato un momento di mercato molto difficile. Anche in quella occasione avete scelto di ‘condividere’. Come può una azienda essere ‘umana’, quando il business sembra andare in contrasto con il benessere delle persone?

Nelle nostre dimensioni, l’approccio è abbastanza facile: bisogna metterci la faccia. Se si vogliono coinvolgere le persone si devono testimoniare tutte le fasi, quelle positive e, soprattutto, quelle negative. Nella nostra storia recente, che ha visto una serie di momenti positivi e meno positivi, la vocazione di mantenere il controllo della filiera produttiva è sempre stata condizione primaria.
È evidente che, nel momento in cui si sono dovute fare scelte anche sofferte, testimoniare la volontà di continuare a produrre, anche quando il portafoglio ordini soffriva in maniera evidente a tutti, è stata fondamentale. Ci si deve sedere a un tavolo con le persone, spiegare la situazione e soprattutto cosa ci si aspetta nel futuro e quale sia il progetto per realizzare il cambiamento. Noi abbiamo sempre cercato di farlo, sia a livello dei collaboratori più stretti, sia a un livello più allargato, incontrando tutti, anche gli operai, in modo che nessuno dovesse fare supposizioni sulla base di informazioni avute per sentito dire.

A proposito di persone, condivisione e vicinanza, nel lock down anche voi siete ricorsi allo smart working. Cosa succede ora?

Durante il lock down e nelle fasi successive, abbiamo fatto molto smartworking, anche attraverso turnazioni: abbiamo diviso l’azienda in tre gruppi, uno alla volta lavorava in presenza. Ovviamente le produzioni hanno lavorato con la cassa integrazione. Dopo le vacanze abbiamo creduto nell’idea di ricominciare a lavorare in sede con le persone, visto che abbiamo la possibilità di mantenere i distanziamenti necessari. Lo abbiamo fatto per rilanciare il morale del team e per essere presenti nella fase della vendita, per dare risposte ai clienti nei mesi di settembre e ottobre, per noi fondamentali. Più avanti potremo ricorrere ancora allo smartworking, soprattutto per alcune funzioni come il back office commerciale o l’amministrazione, lo abbiamo fatto e lo faremo.
Al tempo stesso, ci sono momenti e attività in cui abbiamo bisogno di fare molto lavoro di gruppo ed è fondamentale stare insieme.

Dall’interno all’esterno. Recovery Fund, Agenda 2030… quali sono le criticità e le opportunità? Alle aziende viene chiesto di diventare sempre più green e sostenibili, pur in una fase di totale incertezza sul futuro dei provvedimenti delle Istituzioni.

Il tema è proprio questo, ci basiamo sulle nostre forze e oggi è molto difficile capire quello che succederà. Il 2020 ci ha portato la fase di lock down e l’assenza totale di mercato per tre mesi, una situazione assolutamente sconvolgente, mai vista prima.
Da una parte, guardando al breve termine, ci  interroghiamo su cosa accadrà se si verificheranno ancora situazioni di questo tipo, mentre, per quanto riguarda il medio e lungo termine, andiamo avanti seguendo la nostra programmazione, con progetti nuovi a ogni stagione: ‘Progetto 62’ è stato lanciato proprio nella fase di pre-lockdown e post-lockdown, e non abbiamo avuto incertezze o fatto mezzi passi indietro, anzi, abbiamo cercato di accelerare e mostrare un fronte ancora più compatto su questo nuovo percorso, che proseguirà.
Dall’altra parte, il mercato non ci da le stesse risposte. Abbiamo una stagione estiva, di cui stiamo consegnando le produzioni, frutto del fatto che l’estivo nei negozi non è uscito e gli ordini hanno segno negativo. E abbiamo una stagione invernale, presentata a settembre, per cui viviamo una campagna vendite in cui non possiamo muoverci liberamente: in Francia non si entra senza fare il tampone, alcuni clienti non ricevono i produttori da febbraio e dobbiamo inventarci dei modelli di vendita con le produzioni zoom… che sono una grande innovazione ma, se non siamo presenti dal cliente e non riusciamo a trasmettergli emozioni e tutto quello che ci stiamo raccontando ora, se non abbiamo occasione di far toccare il nostro prodotto, siamo penalizzati.

Cosa vi aspettate?

Mai come adesso viviamo alla giornata in particolare su azioni di base, come visitare il cliente, cercare di portare a casa l’ordine e capire come andrà l’ordinato del mese prossimo. Sul medio e lungo termine, non ci è dato nessuno strumento per potere immaginare cosa aspettarsi dalle istituzioni. Nel frattempo, abbiamo associazioni di categoria, come Confindustria, che ci rappresentano molto bene e che stanno cercando di spingere nella direzione giusta.
Possiamo dire una cosa: quando si avrà l’opportunità di capire come andrà, ci faremo trovare pronti.

Progetto 62: Un laboratorio di idee creative e collaborazioni

Arman Avetikyan, responsabile di Progetto\62, una collezioni di tessuti che guarda a una fascia alta di mercato, ne approfondisce obiettivi e premesse, a partire dalla scelta del nome.

Arman Avetikyan

“Il nome Progetto 62 nasce dall’abbreviazione della data di nascita dell’azienda, facciamo innovazione in continuità con il suo dna. Nonostante tutti gli ostacoli che abbiamo avuto, decidendo di debuttare in un momento così complesso, siamo riusciti a portare avanti una collezione che rispetta tutti i concetti individuati come prioritari: innovazione, creatività, sostenibilità. Una parte importante del progetto è proprio la sostenibilità, per noi è un credo aziendale: partendo dai tessuti fino al concetto di recupero, dalla ricerca della materia prima e dalla tracciabilità dei materiali, all’avvio di collaborazioni importanti, come quella con gli artigiani”.

E con i giovani.

Sì. Per questa stagione abbiamo collaborato con un giovane designer sostenibile Tiziano Guardini: gli abbiamo dato la possibilità di accedere al nostro archivio di tessuti in modo gratuito perché potesse realizzare il suo progetto, più artistico che di moda: con i tessuti è riuscito a creare capi che sembrano dei quadri e che sono state esposte lo scorso settembre, durante la Fashion Week, presso la sala dedicata alla sostenibilità di CNMI Designer for the planet. Altre collaborazioni sono in progress.

Uno degli obiettivi del progetto è portare trasversalità di stili e di espressione. Quanto conta la contaminazione nella innovazione?

Non parlerei di contaminazione, il progresso è basato sullo scambio culturale e non può essere diversamente. Consente di creare qualcosa che può essere molto più interessante.

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