Elisa Negro

#DisTurbTheCancer, quando la moda è cura di sé

Un turbante speciale, per donne impegnate in una lotta importante, come quella contro il cancro.
Nato dalla creatività dell’Image Coach Elisa Negro, che ci racconta come la cura della nostra immagine ci possa aiutare nella valorizzazione delle nostre potenzialità

Qualche anno fa, ha lasciato l’azienda in cui aveva iniziato a lavorare dopo la laurea in lingue, scegliendo una strada diversa che le consentisse di esprimersi attraverso la sua passione per la moda, diventando consulente di immagine. Poi, un nuovo salto, nel 2018, con la creazione del brand Nelis&Glam, che produce fasce per capelli e turbanti, cuciti a mano, rigorosamente Made in Italy e che dallo scorso anno include una linea particolare: #DisTurbTheCancer, nata per le donne che affrontano terapie chemioterapiche, con la conseguente perdita di capelli. Un percorso coerente, quello di Elisa Negro, centrato sul rafforzamento dell’autostima soprattutto delle donne attraverso uno strumento come quello della cura dell’immagine.

Come si muove in questo momento complicato, in cui le priorità sembrano essere altre rispetto all’estetica?

L’impatto è stato sensibile, il rapporto che le persone hanno con l’estetica è cambiato ed è cambiato il mio modo di lavorare: i rapporti a tu per tu si sono ridimensionati, ma internet ancora una volta si è rivelato strumento essenziale per interagire con le persone. In qualche modo, però, il periodo che abbiamo vissuto, e il lockdown in particolare, hanno influito sulle persone aumentando il desiderio di prendersi più cura di se stesse: alcune perché sono state prese dal ‘panico’ di lasciarsi troppo andare, altre che durante l’anno hanno meno tempo da dedicarsi hanno approfittato della formazione online.
Chi si avvicina alla consulenza di immagine, normalmente, lo fa per il desiderio di cambiare, perché avverte di avere una immagine obsoleta o la necessità di trovare dei propri punti di forza da valorizzare per restituire al mondo un messaggio di armonia. In questa fase è cambiato il metodo di lavoro, di comunicazione, ma non si sono tutti arenati.

Il digitale ha anche inserito una nuova variabile: vedersi ed essere visti attraverso un monitor.

Sì e anche se si è tra le pareti di casa, bisogna ricordarsi che internet è un modo per interfacciarsi continuamente con il mondo lavorativo, si è comunque al lavoro. È importante avere una immagine ordinata e alle spalle un ambiente il più neutro possibile.

La dimensione lavorativa si è dovuta ‘accomodare’ in quella più intima, almeno in termini di spazio. Hanno dovuto convivere, un po’ come devono fare nella quotidianità il ruolo sociale che ricopriamo e ciò che siamo nel profondo. Nella consulenza di immagine che valore ha il rispetto dell’autenticità?

Una immagine armoniosa, di ‘successo’, non solo in ambito lavorativo ma anche nel proprio privato, è il frutto di un intelligente compromesso. La propria essenza non va svilita, il concetto di autenticità – o ancora meglio di unicità – va mantenuto, andando a valorizzare i nostri punti di forza. Questo riconduce al concetto di benessere e bell’essere.
Al tempo stesso, il compromesso significa rispettare ruolo e relazioni sociali, esprimendo la propria persona attraverso un processo di personal branding.

Una seduta di armocromia

Cosa intende per personal branding?

Parliamo di armocromia, ad esempio, il raggiungimento dell’armonia estetica attraverso l’uso corretto dei colori, strumento che utilizzo nella mia attività. Le persone si dividono in due grosse macro-categorie, sottotono caldo e freddo, i sottotoni si dividono in stagioni o categorie cromatiche, suddivise a loro volta in 4 sottogruppi: di conseguenza, alcuni colori andranno a valorizzarci altri a penalizzarci fortemente, mettendo in evidenza i nostri difetti. Se troviamo un colore che ci sta particolarmente bene, inseriamolo all’interno dell’outfit magari come costante, in modo che a livello comunicativo possiamo essere memorizzati meglio dai nostri interlocutori: un giorno possiamo declinarlo con una collana, uno con un foulard e così via. Allo stesso modo fanno le persone che indossano sempre un accessorio come una collana importante o gli orecchini.
I politici ce lo insegnano. Il rosa indiano, ad esempio, viene consigliato a chi parla in pubblico perché permette di catalizzare l’attenzione e di fare sì che le persone memorizzino meglio le parole pronunciate. Se fate attenzione vedrete che molti politici lo indossano.
Il colore è il primo elemento che percepiamo quando incontriamo una persona.

Lavora più con donne o uomini?

Generalmente le donne sono 9 su 10. In realtà, nella parte armocromatica gli uomini sono molto più bravi: hanno un aspetto pratico che li porta a scegliere i colori in base al successo che hanno ottenuto usandoli e, generalmente più ‘pigri’, li acquistano in maniera seriale. La donna invece compera sulla base dell’emotività: sono infelice compro qualcosa, sono felice festeggio comprando qualcosa. Siamo più portate al cambiamento e tendiamo a voler rivoluzionare molto più spesso il guardaroba rispetto a un uomo, questo a volte comporta degli errori, perché l’emozione può travolgere.

Quanto è necessario conoscere se stessi per lavorare sulla propria immagine, o quanto lavorare sulla propria immagine aiuta a conoscere se stessi?

Quando si chiama un consulente di immagine si sa sicuramente che… qualcosa non va, che stiamo comunicando in maniera errata. Le donne spesso chiamano per motivi sentimentali, c’è sì una parte legata al business ma, quando si instaura un rapporto più confidenziale, i nodi che escono sono legati al rapporto con l’altro sesso. Non solo per l’aspetto estetico, certo, ma la volontà di avere una immagine diversa nasce dal bisogno di sentirsi più forte e avere una autostima più robusta.
Spesso le donne non hanno idea di ciò che sta loro bene, la percezione del Sé reale è molto complicata e poi le donne sono cattivissime con se stesse, sono molto severe.

A proposito di donne: diversity in azienda, cosa ha visto attraverso la lente del suo lavoro?

In azienda, trattando i temi a livello di gruppo, le difficoltà emergono molto meno. Il tema della diversity si tocca quando incontro le manager nelle loro mura domestiche, mi chiamano in genere quando si sono omologate all’abbigliamento maschile, quando eliminano dal guardaroba lavorativo tutti gli elementi con una connotazione femminile, ‘sessuale’. Con loro si lavora innanzitutto facendo passare il concetto che, se si scende dal tacco (peraltro al lavoro mai più di 5 o 7 cm) e si indossa una scarpa stringata con il pantalone, non si ha la certezza di fare carriera. Come dicevo, la propria essenza non va mai svilita: ripartiamo con il concetto di femminilità come leva da utilizzare in maniera intelligente, con il riconquistare quegli spazi che sono solo nostri, con l’indossare quello che solo noi possiamo indossare passando comunque per donne intelligenti e in gamba.
Spesso serve solo un po’ di coaching sul fatto che, quando ci si sente bene in quello che si indossa, l’autostima aumenta, i feedback delle altre persone sono immediati. Se si sceglie un abbigliamento perché è nel nostro stile, bene, ma se si fa in maniera finalizzata a un obiettivo, paradossalmente, si può ottenere un effetto opposto.

Questo fenomeno di autocensura, in base a quello che vede, da cosa viene provocato?

Dal fatto che al lavoro le donne vengono trattate diversamente rispetto agli uomini. Personalmente ho lavorato come dipendente in una azienda familiare e si percepiva meno, ma nelle grandi aziende è palpabile, le donne sono spesso a disagio. Per la libera professione, c’è spesso la volontà di portare i pantaloni per un processo quasi inconscio, culturale, in una società come quella italiana. Mi capita di sentir dire ‘quella promozione l’hanno data al collega perché è uomo mentre io ho fatto il doppio’…

A lei è capitato?

Ho lavorato nel settore automotive, il 90% era rappresentato da uomini, soprattutto alle fiere alle convention ai meeting. Il mio capo mi portava con sé, gli altri tendevano a non portare le donne. Era difficile farsi largo, vivevo bene nel contesto aziendale meno nel settore; avevo un pallino, fare carriera, e un sogno nel cassetto, la passione per moda ed estetica. Un giorno, quando avevo già preso dentro di me la decisione di abbandonare questo mondo aziendale per fare altro, nel cercare un corso tra quelli dedicati alla carriera, ne ho trovato uno sulla consulenza di immagine, confesso che all’epoca non sapevo nemmeno cosa fosse. Alla quarta lezione ho deciso che sarebbe diventata la mia strada. Ho iniziato il percorso di consulenza studiando in maniera approfondita.

E poi ha lanciato la sua azienda Nelis & Glam, che disegna e produce turbanti.

Le donne che incontravo per l’analisi del guardaroba mi dicevano ‘sono uguale alle altre’, il risultato della moda globalizzata. Era il 2018, mi sono ispirata alla moda dei turbanti, ho creato un accessorio scenografico e la sfida è andata bene.

Una start up al femminile la sua.

Forse come reazione a tutto quel mondo maschile che avevo affrontato… mi piaceva l’idea di dare vita a un microcosmo che fosse interamente dedicato alle donne, a loro, a noi.

Un modello della collezione #DisTurbTheCancer

Quando è nata l’idea di #DisTurbTheCancer?

A Nelis&Glam si sono avvicinate persone che avevano richieste differenti dalle clienti abituali, perché soffrivano di alopecia in seguito a terapia chemioterapica, a quel punto ho deciso di creare un prodotto interamente dedicato a loro con #DisTurbTheCancer: ho usato un tessuto particolare, la fibra di latte ricavata dalla caseina, con caratteristiche benefiche difficilissime da trovare contemporaneamente in altri filati, infatti è ipoallergenica, traspirante, termoregolatrice, in grado di proteggere dai raggi UV, idratante, assorbente, antibatterica e completamente compostabile.
Ho studiato un modello che avesse pochissime cuciture che creano problemi a contatto con il capo e che creasse del volume per dare la sensazione dei capelli a donne che in quel momento avevano perso i propri.
Per crearlo ho interagito con degli oncologi e soprattutto con gli ammalati. È un turbante che viene portato per l’intera giornata quando non viene indossata la parrucca, l’esigenza è quella di un prodotto leggero di cui non si avverta la presenza. E non solo perché viene indossato a lungo, si tratta di una leggerezza che rimanda forse a una sensazione più psicologica.
Ho cercato di renderlo il più bello possibile dal punto di vista estetico, aggiungendo la seta che è cangiante e riesce ad arricchirlo.

È un prodotto dedicato a persone che incontrano le conseguenze di una terapia e al tempo stesso è un capo di moda, come avete scelto di comunicarlo?

Con Manuelita Maggio, il mio Ufficio Stampa, abbiamo scelto una comunicazione autentica: è un prodotto che nasce con uno scopo ben preciso, anche se poi è stato studiato in modo tale da non essere necessariamente legato alla patologia. Infatti è accaduto che sia stato comperato anche da chi non è malato, può andare bene anche per chi soffre di dermatite o per chi vuole coprire il capo nella stagione invernale.
Non è certo la soluzione a un problema medico, ma il benessere e quel senso di ‘frivolezza’ legato al tema del fashion può alleggerire la situazione psicologica durante la malattia. Anche il gioco di parole, DisTurbthecancer, lo intende: disturba il cancro, perché in qualche modo svia dal punto di vista emotivo.

Un feedback su tutti?

Una ragazza molto giovane, che ha avuto difficoltà nell’accettazione della malattia. Ha delegato l’acquisto alle sorelle, inizialmente anch’io non l’ho incontrata, non voleva mettere la parrucca perché prima della terapia aveva dei capelli bellissimi. Non usciva di casa da giorni, una mattina ha messo il turbante è uscita e ha incontrato una persona che, invece di farle domande sul suo stato di salute, le ha fatto i complimenti per il suo look. In quel momento, mi ha detto, non si è sentita malata.

Come si avvicina a questa clientela che sicuramente richiede un livello di sensibilità e attenzione all’aspetto umano?

Serve empatia. Si incontra un livello di sofferenza molto elevato e ci si trova spesso con intorno tutta la famiglia. Soprattutto se si parla di ammalate che vivono in una famiglia prettamente femminile, ci sono la mamma, la nonna, la zia che aiutano nella scelta. E cerco di essere oggettiva, mi metto nei panni della consulente di immagine, magari chiedo di guardare cosa c’è nel guardaroba, lavoriamo con i principi dell’armocromia. Questo con chi ti accetta, ti vuole conoscere e vedere. Poi c’è chi fa l’acquisto online e chi per interposta persona, spesso sorelle o figlie.
Ecco, si appoggiano sempre a figure femminili: non ho mai incontrato, pur sapendo che esistono, i compagni di queste donne. È come se ci si stringesse ancora di più alla parte femminile del tessuto familiare e i rapporti diventassero più solidi.

Il business può essere umano?

Questo non è un prodotto di prima necessità, ha un suo valore, nei materiali, nello studio, nella consulenza e un suo prezzo, anche se contenuto rispetto alla qualità, ma l’approccio umano sta a monte nella volontà di proporre un elemento che ha un valore aggiunto doppio: dal punto di vista del benessere fisico e di quello psicologico perché comporta la scelta di badare a se stessa, alla propria immagine. Andando oltre la cura, per riappropriarsi di una dimensione che spesso la malattia porta a dimenticare

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