Antonio Ornano
Antonio Ornano

Ridere per stare bene insieme. Anche al lavoro. Parola di Antonio Ornano:

Spezzino di nascita, genovese di adozione, arriva al teatro giovanissimo. Poi, l’incontro con il laboratorio di Zelig e il debutto in tv con personaggi come lo spietato life coach Franco Prunes o il cinico biologo naturalista Prof. Ornano. ‘Incontriamo’ Antonio Ornano in modalità remota, la stessa con cui lo scorso dicembre ha portato al pubblico il suo ‘web spettacolo interattivo’, nato per reagire alla chiusura dei teatri.

Con lui parliamo di come la comicità possa aiutarci nella vita di tutti i giorni, anche sul lavoro (Antonio viene dal mondo delle imprese lavora anche come formatore). Di come l’umorismo e, soprattutto, la spontaneità ci possano migliorare la vita. Anche sul lavoro.

A proposito di spontaneità, la prima domanda per te, comico, è: Antonio ci sei o ci fai?

Un po’ ci sono, ma soprattutto ci faccio quando vado sul palco. I comici si distinguono in persone estremamente brillanti e divertenti anche nella vita e persone che quando vanno sul palcoscenico danno libero sfogo a quello che nella vita non hanno l’opportunità di fare. Io forse appartengo più a questa categoria, che rappresenta anche una scissione nelle persone che fanno questo mestiere.

Qual è il potere della risata, per chi la provoca?

Per me è una specie di droga, ha la sua manifestazione più potente quando sei su un palcoscenico ma ha contaminazioni anche nella vita quotidiana: l’idea di strappare un sorriso a un amico, a una persona che non conosci, o, semplicemente, a un bambino è tremendamente appagante.

E cosa vedi in quelli in cui la provochi?

Molte persone quando ridono rivelano lati di sé sorprendenti. Essenzialmente la risata è un momento catartico e di grande empatia perché si comunica una verità. A meno che non si finga spudoratamente, rivela molto della persona.

Si può ridere di tutto?

È un tema molto di moda. Io la vedo in una maniera un pochino più approfondita rispetto a come il dibattito viene sviluppato: è importante che si possa ridere di tutto, è importante che un comico possa dire e fare ciò che vuole, ma deve avere la consapevolezza che ciò che dice provoca delle conseguenze e assumersene la responsabilità.

Antonio Ornano
Antonio Ornano

La domanda opposta, in un anno in cui c’è stata molta sofferenza. Tutti possono ridere?

Si può ridere anche in punto di morte, si può ridere nel bel mezzo di una malattia lancinante, io ne ho avuto esperienza diretta, non per quanto mi riguarda, ma per quanto concerne persone a me molto care e vicine. Bisogna capire se uno ha la voglia di esorcizzare il dolore, anche solo per un istante, attraverso una risata. Potere possono tutti, è anche comprensibile non essere nello stato d’animo di volerlo fare…

Noi viviamo in una cultura del sacrificio.

Non dirlo a me, io sono genovese, sai che per noi il mugugno, la lamentela è uno stile di vita.

A cosa ti appelli per uscirne, visto che ci dicono che un approccio positivo fa bene al corpo, alla mente, allo spirito?

In realtà, non trovo negativo il mugugno, spesso, in maniera salvifica, è anche sinonimo di ironia, di disincanto, in primis nei confronti di noi stessi.
Vivere a Genova ti aiuta a stare con i piedi sempre piantati per terra, non hai la possibilità di montarti la testa, ad esempio, se hai un effimero momento di celebrità.

Io ho lavorato tanto tempo a contatto con i commercianti, gli artigiani e le imprese. A Genova, ad esempio, le regole del marketing sono totalmente sovvertite rispetto a Milano. Se vado in un negozio di abbigliamento non è il venditore che mi deve convincere a comprare, sono io cliente che devo convincere lui.

Quando ci siamo trasferiti a Genova, ero piccolino, venivamo da La Spezia e mi ricordo che mia mamma è rimasta sconvolta, perché è andata in un negozio di abbigliamento e la commessa le ha detto “guardi, c’è questa gonna che costa 40 mila lire e quella che costa 90 mila, io prenderei quella da 40 che fa un effetto uguale”.
Però questa cosa alla fine fidelizza, crea empatia, crea fiducia.

Se trasformiamo il mugugno in autoironia, vediamo un approccio proattivo mascherato da lamentela.
C’è voglia di andare avanti.

A proposito di mugugno, seriosità e comicità, tu entri nelle aziende, cosa vedi?

Una delle ultime maschere comiche del nostro secolo, quella di Fantozzi, è tutta fondata su questo. È stato un precursore straordinario, le dinamiche che raccontava negli anni ’70, nonostante le evoluzioni, persistono ancora adesso.

C’è tantissimo materiale tragicomico all’interno di una azienda.
Trascorriamo in quei luoghi la maggior parte della nostra esistenza e spesso siamo così fagocitati dalla produttività che ci dimentichiamo la qualità dell’ambiente e della nostra vita lì dentro.

Io sono sempre stato un fautore del doppio binario, ho fatto l’attore sin da quando avevo 20 anni, nel frattempo mi sono laureato in giurisprudenza, ho lavorato con la Confcommercio, ed è stato un mestiere che mi ha aiutato tanto quando sono salito sul palco a fare il comico.

L’avere fatto tanta formazione, avere dovuto imparare a nuotare in tanti contesti comunicativi, mi ha aiutato a togliermi una serie di caratteristiche tipicamente teatrali, che quando fai il comico e devi instaurare un rapporto con il pubblico, possono essere un peso.

Cosa ti ha ispirato?

Ho pescato dalle esperienze d’aula, da quelle in cui avevi da un lato un presidente della Regione e dall’altro un macellaio che si lamentava perché c’erano delle deiezioni canine nel suo vicolo e dovevi riuscire a instaurare un rapporto tra di loro. Meravigliose situazioni schizofreniche.
L’aspetto che mi affascina di più è come la contaminazione dei linguaggi, e quindi dei comportamenti, possa essere sempre positiva, se ne abbiamo la consapevolezza.

Vedo però una profusione eccessiva di ricette, di modelli, che possono essere tutti quanti validi ma riscontro una falla: molti tendono a uniformare la comunicazione e a svilire l’aspetto più emozionante del relazionarsi con gli altri: quello di portare noi stessi.

Arduo…

È difficilissimo, perché, per comodità, tendiamo a uniformarci a dei modelli, nelle organizzazioni ma anche nella vita privata. Se sono in una azienda e ricopro una posizione apicale, anche per velocità, mi rifugio in modelli comportamentali e di linguaggio che mi consentono di smazzare tante situazioni, ma al tempo stesso limitano una capacità di ingaggio che magari possiedo e potrei esprimere tranquillamente, se riuscissi a portare qualcosa di genuino.

Non dobbiamo denudarci nei confronti negli altri, ma questo non significa che io non possa scegliere di portare qualcosa di autentico che mi riguarda. Quando sono in aula e parlo di comunicazione chiedo sempre una cosa, adesso provo a chiederlo a te: dimmi un po’ una attrice che ti piace.

Helen Mirren. Perché ti piace Helen Mirren?

Perché la trovo credibile.

Dimmi se sbaglio, ma quando dici che una attrice è credibile vuol dire che quando recita è spontanea è reale è vera. Stai parlando di una professionista che ha alle spalle all’incirca 40 anni di carriera, una delle più grandi attrici teatrali oltre che cinematografiche, ha vinto un Oscar, ha studiato decenni per essere verosimile.

Se vogliamo essere autentici e reali, o abbiamo un talento straordinario come quello di Helen Mirren o di Daniel Day Lewis o di Al Pacino, o l’alternativa, per creare empatia, è capire qualcosa di autentico che vogliamo rivelare agli altri. Sembra banale però spesso non lo facciamo.

L’umorismo come ci aiuta?

Aiuta tantissimo, perché ti denuda. Noi ridiamo perché ci sentiamo superiori rispetto al personaggio che stiamo guardando, o perché ci identifichiamo. La risata è proprio una manifestazione di genuinità e di verità e serve a recuperare autenticità nel momento in cui diventa uno strumento per rivelare le tue fragilità.
E nel momento in cui riveli le tue fragilità, le riconosci, automaticamente diventi potentissimo.

A me è capitato di vedere alle convention il grande manager che va a servirsi perché ha fame e gli si gira una crespella al formaggio secca sulla camicia, lì non puoi far finta di niente, hai fatto una figura di merda, ma ci sta, prenditi in giro. Il tema sul fallimento non è tanto il negarne l’esistenza, è così e hai anche il diritto di incavolarti e rimanerci male; il problema è circoscriverlo e riconoscerlo.

A te succede?

Quando mi capita di andare a provare i miei pezzi in contesti che non siano quelli genovesi perché sto strutturando lo spettacolo, o quando andavo a fare i laboratori a Zelig prima della trasmissione. Succedeva che un pezzo non fosse pronto e non andasse bene, allora, apriti cielo mi sentivo fallito, non solo come comico ma come essere umano, non avevo più dignità di esistere nella mia testa, perché il fallimento tende a dilagare. Per questo dico che la cosa principale è riconoscerlo. Anche pubblicamente.

Io sono un appassionato di rock, faccio sempre l’esempio del cantante dei Foo Fighters, ex batterista dei Nirvana: durante un concerto che doveva essere di 4 ore, alla terza canzone, è caduto giù dal palco, è inciampato da solo e si è spappolato una tibia e un perone. Un idolo assoluto: si è fatto riprendere mentre lo portavano in ospedale, la band ha fatto un po’ di cover e quando è tornato con la gamba ingessata, dopo un’ora e mezza, ha fatto oltre due ore di concerto in più. Da una figuraccia è diventato una sorta di eroe.

In America ci sono le ‘Fuckup Nights’ in cui la gente racconta i suoi fallimenti, che è anche terapeutico. Quindi, l’ironia aiuta a riconoscere le proprie fragilità e anche a superarle.

Sul lavoro il rischio può essere quello di cadere nel ridicolo, di aprirsi troppo?

In un contesto lavorativo è ovvio che ci sia una priorità, quella dell’attività aziendale: sono a capo di una business unit e devo fare in modo di gestirla e che i miei collaboratori svolgano il lavoro secondo le modalità che ritengo più opportune. Ma quali sono le modalità? Dal mio punto di vista sono di risultato, non di comportamenti.

È ovvio che devo mantenere una autorevolezza nei confronti dei miei collaboratori, che devo manifestare la mia leadership, in termini di capacità, competenze, professionalità. Ma se instauro un rapporto confidenziale, non è che automaticamente venga meno; se riconosco che l’osservazione di un collaboratore è più valida della mia non perdo di autorevolezza.

Avere dei momenti di leggerezza aiuta l’operatività, aiuta il clima, aiuta l’empatia, l’ingaggio. Perciò penso che ritagliarsi dei momenti di rilascio all’interno di una giornata aziendale, per certi lavori fatta anche di più di 12 ore, sia comunque produttivo.

Sono un capo, l’ironia non ce l’ho proprio… dove la trovo?

Negli altri. Lascia agli altri la possibilità di esserlo, ai tuoi collaboratori, crea le condizioni perché almeno loro lo possano fare. Anche tu ne hai un beneficio.

C’è un tipo di umorismo più affiliativo?

È una materia molto delicata l’ironia. L’autoironia è sempre molto protettiva, se faccio ridere gli altri facendo autoironia, il rischio di offendere qualcuno è veramente debole. Il sarcasmo è dirompente, è straordinario ma ha dei fattori di rischio enormi, perché devi bilanciarlo bene con il livello di confidenza del tuo interlocutore, collega o capo. Partire da sé aiuta sempre. Questo non vuol dire non esprimere un punto di vista rispetto a tematiche anche di carattere generale, che magari sono care, a prescindere dall’ironia.

Io faccio il monologhista, uno che racconta la sua vita, la sua visione del mondo e i suoi pezzi cambiano. Dieci anni fa, quando ho iniziato a fare il comico in televisione, non avevo figli, adesso ne ho due, ne ho adottata una in Etiopia, il tema del razzismo mi tocca particolarmente e perciò ne parlo. Parlo dei miei figli che sono in preadolescenza, parlo delle paure che posso avere rispetto a una società che sta cambiando, affronto questi argomenti esprimendo un punto di vista.

Antonio Ornano
Antonio Ornano

Ci sono degli errori che chi usa la comicità non dovrebbe fare?

Uno è essere predicatori e il secondo è cadere nella retorica, che in comicità è sempre dietro l’angolo. Più il tema è delicato più devi andare in profondità.

Il problema del comico soprattutto quando fa i monologhi è dire ‘devi fare così’, ‘tu che non la pensi come me hai sbagliato’. Mi metto nei panni dello spettatore e penso, se devo farmi dare delle lezioni di vita, magari faccio riferimento a dei filosofi, se sono credente faccio riferimento alla mia religione. Non è che un comico mi deve insegnare la vita; un comico la prima cosa che deve fare è farti ridere, poi può magari farti riflettere sul suo punto di vista e allora ha fatto bingo.

L’ironia ha in sé un elemento di distacco, questo può aiutarci a vivere più positivamente?

La parola distacco purtroppo la associo anche a questo periodo molto sospeso: distacco, distanziamento sociale, nuova normalità, sono parole agghiaccianti, che mi danno fastidio, in generale, non è vero che le parole non sono importanti, sono importantissime.

Secondo me non bisogna mai distaccarsi dalle cose, il distacco come mi sembra di aver capito tu lo intenda è più che altro un modo di guardarsi da una prospettiva diversa, se è sinonimo di questo è positivo. Allora sì, la risata può aiutare.

Come essere il drone di se stesso.

Esatto, però poi atterra sempre sulla tua testa quel drone lì.

A proposito di distanziamento sociale, come hai vissuto questo periodo?

La cruda verità è che l’ho vissuta malissimo. Poi come tutti quanti facciamo di necessità virtù, perché non è che siamo una categoria più bistrattata rispetto alle altre. L’ho vissuta in maniera schizofrenica e per vederla da un altro punto di vista ci ho messo un po’. La dimensione che prediligo, quella del live, è andata completamente in frantumi.

Dovevo debuttare con il mio nuovo spettacolo a marzo 2020, c’erano già 2000 biglietti venduti ed è saltato tutto, ma prima erano già saltate gradualmente le date della precedente tournée, strategicamente erano posizionate in tutte le regioni che hanno chiuso prima del lockdown generale. Quando c’è stata l’apertura estiva e lo spettacolo è stato riconvertito su ottobre abbiamo previste 5 date invece che 2, per il contingentamento dei posti a teatro. Ho fatto in tempo a farne due e poi hanno chiuso di nuovo tutto.

Tu hai trovato una alternativa.

Il grande privilegio di chi fa un lavoro come il mio, ossia di chi è riuscito a trasformare una passione in un mestiere, è che è tremendamente identitario: io non sono un pittore non posso dipingere da solo a casa, ho bisogno di un pubblico per far ridere e potermi esprimere.

Per sopravvivere hai bisogno di avere degli sfoghi creativi, è una esigenza esistenziale più che lavorativa. Dopo un po’ riesci a vedere quell’altra prospettiva e allora magari ti prendi un periodo in cui provi a esplorare nuove strade, spettacoli su zoom, come stiamo facendo io e te adesso, con 500 persone collegate. Nulla a che vedere con la dimensione del live, né con la tv però è affascinante, è un mezzo nuovo e devi capire come strutturare il tuo linguaggio.

Ho fatto degli spettacoli che hanno avuto un successo tra l’altro sorprendente, perché gente che mi segue magari in Sicilia, in Calabria, in posti dove ho difficoltà ad andare spesso in teatro, ha avuto anche l’opportunità di interagire con me. Ho scritto pezzi che virano un po’ più sulla satira attraverso i social. Ho avuto comunque la fortuna di continuare a lavorare, perché ho girato una serie tv, sto finendo di scrivere un romanzo che Solferino pubblicherà a metà settembre, sono andato in territori fuori un po’ dalla zona di confort, cosa che, quando sei preso dalla routine, anche se ne avresti voglia non hai la possibilità di fare.

La cosa che adesso spaventa di più è come sarà la situazione quando avremo l’opportunità di tornare a svolgere il nostro mestiere nel live.Cosa ti preoccupa di più?

Se devo essere sincero, recuperare un percorso tremendamente appagante di fidelizzazione che avevo con il mio pubblico, fatto in teatro. Io devo tutto alla televisione, nel senso che devo tutto a Zelig, perché grazie a quella popolarità la gente è venuta a vedermi in teatro, però se fai uno spettacolo che non funziona, puoi avere tutta la popolarità del mondo, ma quello dopo la gente in sala non viene.

Non ho mai avuto un tipo di carriera da botta di visibilità pazzesca è stato un crescendo, anche in teatro dove adesso, faccio il figo e lo dico come va di moda, faccio lo stand up comedian. Però dopo un anno e mezzo in cui stai fermo – e gli spettacoli in streaming per me hanno avuto il significato di mantenere un contatto con il mio pubblico – ecco, la mia preoccupazione è di poter ricominciare dal punto in cui ero rimasto.

Anche perché le occasioni che ti dà adesso il panorama televisivo sono molte di meno rispetto a 5 anni fa. Per due anni ho fatto Quelli che il calcio, con parodie, imitazioni, divertentissimo, ma non è quello che faccio in teatro. Per la possibilità di portare in scena un monologo, gli spazi sono pochi.

Per tutti ci sarà da recuperare un equilibrio tra fisico e digitale, tra presenza e smart working.

Sono convinto che la gente, trascorrendo la maggior parte del suo tempo lavorativo e purtroppo anche relazionale davanti a un computer, adesso non ce la fa più a vedere uno spettacolo in streaming in diretta su zoom, ma non perché gli sei antipatico tu, perché dopo che passi tutto il giorno davanti al computer in smart working da casa, hai bisogno di disintossicarti, di un contatto reale e personale. Io non penso che lo smart working così come è stato in questo periodo possa essere la soluzione, lo vivo quotidianamente nel senso che sono un libero professionista e quando non sono in una sala prove sono a casa a scrivere.

Mia moglie che si occupa di risorse umane in una grande azienda, passa due giorni in ufficio, oggi possiamo parlare liberamente perché è lì, però, di solito, è nella postazione dove sono io ora e, dalle otto del mattino alle otto di sera, la sento in riunione, la sento parlare, io sono recluso nel mio studiolo del conte Mascetti.

Un frame dell'intervista di Quoziente Humano al comico Antonio Ornano, sorridente nella sua postazione di lavoro
Un frame dall’intervista di Quoziente Humano ad Antonio Ornano

Ridendoci sopra, se c’è un aspetto positivo dello smart working è che in 25 anni che sto insieme a mia moglie non l’avevo mai vista mentre lavorava e per me è stata come una Epifania. Ho scoperto che esiste qualcosa di peggio che essere suo marito… essere un collaboratore di mia moglie. C’è questo suo collega che si chiama Virginio a cui rompe i coglioni in una maniera che non avete idea, in confronto alla vita che fa lui con mia moglie io sembro un surfista giamaicano. E con me vi assicuro che ci dà dentro pesante.

A parte queste battute, che comunque rispecchiano la realtà, vedo che diverse aziende stanno dicendo adesso tornate tutti in ufficio e andiamo a rotazione. Ci saranno delle economie con lo smart working, però non può essere solo quello. Se sono un commerciale, posso concludere dinamiche di acquisto o di vendita attraverso lo smart working, ma un conto è parlare, incontrarsi, vedersi, addirittura, quasi sfiorarsi, si capiscono tante cose che attraverso questo filtro non ci sono.

Togliamo i filtri, torniamo a incontrarci, possibilmente torniamo a teatro.

Eh sì, torniamo in teatro ma torniamo, io spero vivamente, ad abbracciarci. Mi viene voglia di abbracciare gli sconosciuti e sono genovese! Adesso sono un po’ come Zalone ed Helen Mirren, ho il baretto sotto casa, una latteria dove mi fermo a bere il caffè dopo aver portato i bambini a scuola, e c’è una compagnia di vecchiette già vaccinate. Me le sbaciucchio tutte, hai capito, è quella roba là. Perché almeno, a parte i tuoi figli, hai un contatto umano…

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