Lucia Rinaldi
Lucia Rinaldi

Donne in agricoltura, dalle origini la spinta per innovare

Un’agricoltura che comprenda, oltre la cura della terra e di quello che ci è stato affidato dalle generazioni precedenti, la spinta al cambiamento e all’innovazione intesa come economia circolare”. È quanto auspica Lucia Rinaldi, titolare di Bioagricola e presidente di Confagricoltura Donna Campania, associazione costituita a marzo 2022, che internamente all’organizzazione nazionale di cui fa parte rappresenta le imprenditrici del sistema confederale con l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’imprenditoria femminile e delle pari opportunità nel settore agricolo e, più in generale, nella società e in economia. Un comparto, quello agroalimentare, che contiene in sé il naturale approccio al rispetto per l’ambiente e il sociale, condizione necessaria e concreta per progredire: “La sostenibilità è come un cerchio: incominciamo a pensare che tutto quello che abbiamo, dobbiamo restituirlo alle generazioni future trasformato in meglio”.
Passato, presente e futuro si intersecano nelle parole di Rinaldi, che raccontano, come natura insegna, quanto il tempo sia grande maestro di attesa e raccolta.  

È nata Confagricoltura Donna Campania per dar voce alle imprenditrici in agricoltura. Come si compone l’organizzazione?

Lavoro in un’azienda quasi totalmente al femminile, poter rappresentare la realtà di Confagricoltura Donna in Campania è un grande stimolo. Le imprenditrici agricole in Campania sono numerose, anche rispetto al totale delle donne impiegate in agricoltura in Italia (Sono oltre 200.000 le imprese agricole condotte da donne, che rappresentano il 28,5% delle imprese attive totali. La regione con la più alta incidenza di imprese femminili attive è il Molise (37.5%), seguita da Campania (36.2%) e da Abruzzo (35.3%). Per approfondimenti clicca qui). Le associate in Campania attualmente si contano su due mani. Ci auguriamo di poter sensibilizzare la parte del femminile nell’agricoltura. Siamo in un momento di grande cambiamento. Come in tutti i settori, le grandi crisi, penso ad esempio alla pandemia prima e alla situazione della geopolitica oggi, potrebbero portare a una maggiore sensibilità e all’attenzione a un’agricoltura in Italia e al Sud più etica. 

L’associazione promuove la cultura d’impresa e valorizza il ruolo etico, economico e sociale delle imprese condotte da donne. Qual è la forza dell’associazionismo? 

Credo molto nella forza della rete, nella relazione e nella solidarietà, valori che oggi secondo me sono lontani dalla nostra cultura e vadano richiamati.

C’è un forte individualismo e una tendenza alla competizione che porta a far sì che sia uno che vinca su tutti. In Italia in alcune valide realtà funziona la rete e il business to business affinché si guadagni tutti. La solidarietà va intesa nel far girare il superfluo da un punto di vista sociale. Occorre poter condividere quello che è in eccesso, perché può creare equità e ricchezza per chi non ce l’ha. Allo stesso tempo anche quello che si ha in più come possibilità di condivisione deve essere disponibile a tutti. La rete è la capacità di mettere del proprio in una struttura comune: mettere a disposizione quello che si ha come ricchezza familiare ed educativa a servizio della comunità. Tutti possiamo dare qualcosa. Si arriva poi alla parte pratica e di business. Bisogna visualizzare la ricerca del profitto aziendale sempre in un’ottica territoriale più ampia. Non si può perdere di vista tutto quello che c’è intorno.

L’associazionismo è fondamentale, confido nella solidarietà tra donne per apportare un cambiamento. 

Come si può descrivere lo spirito femminile delle donne che lavorano in agricoltura? 

Non c’è un tratto unico, ma certamente chi lavora in agricoltura ha una sensibilità particolare, che avvicina alla natura, alla crescita, ai ritmi e a quello che osserviamo nelle piante e nelle colture. D’altro lato la donna in ambito agricolo si è dovuta muovere in realtà piuttosto maschiliste: fino alla generazione precedente alla mia si trattava di un ambiente quasi prevalentemente composto da uomini, le donne non venivano molto considerate. La donna che opera in agricoltura è un’imprenditrice con le spalle forti. Tutte le lavoratrici che ho conosciuto nel settore dell’agricoltura e dell’agroindustria hanno un substrato molto solido e si sentono responsabili del cambiamento che sta avvenendo. Non bisogna perdere il proprio ruolo e la propria caratteristica. La donna insieme all’uomo deve poter costruire. Il fatto di avere un collegamento stretto alla terra ci rende tutti ancorati a una realtà che non dipende solo da noi, ma che è sintonizzata sulle risorse che il territorio ha, sulla cura che bisogna avere, se non si parte dal rispetto dell’ambiente il prodotto finale non sarà mai completo. 

Sud, donne e agricoltura. È difficile fare impresa?

Non abbiamo vita facile. Mi auguro di poter comunicare questo alle istituzioni. La burocrazia non aiuta l’impresa. Il Sud deve avere più consapevolezza, soprattutto nel campo agroalimentare. L’impresa agricola al Sud è portatrice di ricchezza e deve essere valorizzata. Abbiamo risorse incredibili: la Piana del Sele, dove conduco l’impresa, ha una ricchezza che spesso però viene svilita. Bisogna camminare insieme a politica, amministrazioni e territori. A volte c’è una disconnessione tra impresa e realtà amministrativa, che deve essere di maggiore spinta e supporto. 

C’è sufficiente sostegno alle imprese femminili del comparto agroalimentare?  

L’impresa femminile o maschile che sia deve essere maggiormente sostenuta, soprattutto da un punto di vista di facilitazione a livello della macchina burocratica, che spesso blocca anelli di connessione. C’è bisogno di più cura dei nostri territori. In questo tutti siamo responsabili. Bisogna trovare momenti di dialogo e scambio. 

C’è bisogno di un ritorno alle origini? Quali sono le innovazioni necessarie? 

Nel campo dell’agricoltura c’è molto ancoraggio alle tradizioni. La generazione dei nostri genitori ha guardato sempre avanti, in famiglia ci siamo convertiti al biologico tantissimi anni fa: ad esempio, non usiamo concimi chimici e anticrittogramici. Bisogna lavorare nel campo della digitalizzazione. L’agricoltura ha una forte vocazione all’innovazione. Si possono digitalizzare i processi e questo comporta investimenti da parte degli imprenditori, mi auguro che il PNNR ci possa aiutare in questa transizione. 
Anche l’economia circolare è innovazione, penso ad esempio alla possibilità di riutilizzare il packaging. Ci sono realtà che puntano su packaging fatti con rifiuti organici. O il riciclo: io, ad esempio, uso vasetti di vetro per il pesto e sto studiando come riaverli indietro, necessito di trovare elementi di premio per quei clienti che li restituiscono. Il guadagno di far circolare è comune: l’azienda in questo caso non ricompra il vetro, il territorio ospita meno spazzatura. Bisogna sensibilizzare e fare cultura. 
Ci sarebbe da fare una rivoluzione in questo campo. C’è bisogno di risorse. 

Quanto sta risentendo il settore dei fatti dell’attualità? Come supportare il comparto nostrano?

Siamo ancora molto basiti da quanto sta accadendo. Attualmente c’è una tendenza a fare in modo che in Italia si coltivi più grano, che prima importavamo dall’Ucraina. In questo momento penso convenga aspettare e capire che cosa succede in ambito geopolitico. 

C’è bisogno anche di una distribuzione differente che non guardi solo al fattore economico…

È un problema che riguarda la grande distribuzione, che spesso predilige l’acquisto di prodotti a prezzi più bassi. I supermercati preferiscono comprare un limone proveniente da altri Paesi, un agrume che si produce anche in Italia, ma che costa di più perché si evita uno sfruttamento delle risorse.

Bisogna ritornare al territorio, aiutare le realtà più piccole piuttosto che pensare di risolvere le questioni nell’immediato senza una visione: è necessario rispettare i cicli della natura, non è detto che tutto l’anno dobbiamo avere frutti che la terra in realtà elargisce solo in alcune stagioni.

Tutto il comparto ortofrutticolo andrebbe ripensato anche rispetto ai tempi stagionali. Va rivalutato il nostro modo di vivere e comprendere come noi siamo abituati a rispondere ai nostri bisogni. Dobbiamo recuperare una conoscenza precisa dei cicli della natura e allo stesso tempo lavorare a un’innovazione in termini di organizzazione, riciclo, digitalizzazione. C’è una richiesta molto forte della soluzione del bisogno immediato. Manca la cultura dell’attesa, del cogliere il momento giusto. Dobbiamo educare le generazioni dei più piccoli e sensibilizzare di più noi adulti: l’agricoltura dovrebbe avere un ruolo vincente.

Il termine sostenibilità dovrebbe appartenere per natura al comparto agricolo, ma non è sempre così. Che cosa significa realmente sostenibilità in agricoltura?

Significa avere cura di quello che ci è stato lasciato dalle generazioni precedenti e che dobbiamo passare alle generazioni successive. Dobbiamo avere a cuore l’ambiente, essere coscienti che esistono delle risorse e che sono limitate. 

Non possiamo sfruttare e depauperare il territorio e la terra. In agricoltura si può essere responsabili nell’utilizzo dei terreni, nell’economia circolare, nell’attenzione all’utilizzo e al riciclo dei rifiuti. Quello che noi scartiamo, quanto potrebbe dare alla nostra terra con l’utilizzo di impianti innovativi? L’agricoltura deve camminare insieme all’innovazione. Bisogna puntare su energie alternative. Occorre studiare, confrontarsi con le pratiche migliori, penso ad esempio al Nord Europa dove ci sono realtà eccezionali. 

L’azienda di famiglia Bioagricola De Biase Rinaldi S.S che conduce con le sue sorelle è leader nella produzione di pesto di rucola con il marchio Rucolapiù. Ha vissuto anche un passaggio generazionale di trasferimento di conoscenze e processi…

Non è stato facile il passaggio dall’agricoltura in senso stretto, dove nel caso mio la materia prima costituita da rucola fresca, alla trasformazione nell’agroalimentare, in cui bisogna avere a che fare con macchine, impianti industriali e di produzione. In casa c’era tanta rucola, facevamo il pesto come ricetta di famiglia. L’idea è stata: perché non realizzare un pesto di rucola da conservare e vendere sugli scaffali di una gastronomia? Abbiamo iniziato a farlo. Intanto la Piana del Sele ha avuto il riconoscimento IGP per il seme di rucola. La ricetta non è stata semplice da realizzare, perché abbiamo dovuto lavorare sia per quanto riguarda il gusto e la scelta degli ingredienti, sia per far sì che questo alimento potesse essere stabilizzato, analizzato, pastorizzato e portato sul mercato sicuro per la vendita. Una sfida incredibile. La rucola viene raccolta a pochi metri dal capannone industriale, viene lavata, trasformata, ricettata, messa nei vasetti ed etichettata. Entra la rucola fresca ed esce il vasetto di pesto di rucola. Abbiamo utilizzato la piccola foglia Baby Leaf Bio per la nostra ricetta con molta attenzione al processo. È soddisfacente vedere come si sia riusciti a creare un’impresa.

Quale la più grande soddisfazione ricevuta?

Ho piccole soddisfazioni giornaliere, ma so che posso fare ancora di più. Sono sempre alla ricerca, forse questo è un elemento tipicamente femminile.

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